Indeterminatezza del tasso, il contratto è comunque salvo

Centrale Rischi: l’asserito danno deve essere dimostrato

La domanda di risarcimento danni per errata segnalazione in Centrale Rischi richiede da parte dell’attore la prova, sia dell’esistenza di un pregiudizio risarcibile, sia della riconducibilità del medesimo alle condotte addebitate all’istituto di credito.

Questa la statuizione del Tribunale di Sassari che, in un giudizio seguito dallo Studio, ha rigettato integralmente la domanda risarcitoria svolta nei confronti di una banca, per difetto di prova.

L’attore sosteneva che parte convenuta avesse illegittimamente segnalato il proprio nominativo in Centrale Rischi, cagionandogli in tal modo un danno patrimoniale e non patrimoniale.

Il Giudice adito, accogliendo le difese della banca, ha osservato come “l’accoglimento di una domanda di risarcimento dei danni presuppone che l’attore dimostri, sia pure in via presuntiva, l’esistenza e l’ammontare del pregiudizio patito, in quanto l’istituto del risarcimento del danno sottende ad una funzione riparatoria, con la conseguenza che, laddove non vi sia la prova delle conseguenze pregiudizievoli derivanti del comportamento “non iure” e “contra ius”, non potrà trovare ingresso alcuna tutela risarcitoria (Cass. Civ., SS.UU., sent. n. 26972/2008; Cass. Civ., SS.UU., sent. n. 15359/2015; Cass. Civ., n. 207/2019)”.

Ebbene, nel caso di specie la ditta attrice aveva solo affermato che il comportamento della banca le avrebbe impedito di proseguire nella sua attività, essendo impossibilitata a reperire liquidità per pagare il fisco ed i fornitori. Tale asserzione, però, non era stata in alcun modo dimostrata e, infatti, il Tribunale ha altresì aggiunto che “(..) per quanto attiene all’illegittima segnalazione alla Centrale Rischi l’attore omette di fornire elementi idonei a provare la sussistenza del danno e il suo concreto ammontare. Sul punto è sufficiente osservare che, secondo un’opinione ormai consolidata “In caso di illegittima segnalazione della banca alla Crif (Centrale rischi finanziaria) l’imprenditore, ingiustamente indicato come cattivo pagatore, non può avere de plano il risarcimento del danno, ma deve provarlo. Il danno cioè non è in re ipsa ma va provato.

L’accertata violazione nell’utilizzo dei dati personali del cliente erroneamente additato dalla banca non solleva il danneggiato dal dimostrare il danno alla sua reputazione e offrire mezzi di prova per quantificarlo” (Cass. Civ., Sez. I, sent. 08.01.2019, n. 207; sul tema anche Cass. Civ., Sez. I, sent. 05.08.2019, n. 20885)”.

Tale mancanza di prova ha caratterizzato la richiesta di risarcimento, sia per danno patrimoniale, che per  danno non patrimoniale. In particolare, riguardo a quest’ultimo, il G.U. ha evidenziato che il risarcimento del pregiudizio ex art. 2059 c.c., sotto forma di danno all’immagine, risultava solo affermato in sede di citazione, per di più in modo generico, ed era privo di specifico riferimento al contesto socio – imprenditoriale a cui si sarebbe dovuto riferire. Di contro, “Il danno all’immagine, infatti, pur concretizzandosi nella lesione di un diritto costituzionalmente tutelato, costituisce comunque un’ipotesi di danno – conseguenza che dovrà essere provata da chi intende chiedere il risarcimento, secondo quanto disposto dagli artt. 1218 (in materia contrattuale), 2043 (in materia extracontrattuale) e 2697 c.c..

Trib. Sassari, 23 luglio 2020, n. 753

Simona Daminelli – s.daminelli@lascalaw.com

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