La Corte d’Appello di Milano riapre il dibattito sugli interessi moratori

C’è chi dice no…agli scalari

In materia di onere della prova, in giurisprudenza si discute, tra l’altro, se siano sufficienti, ai fini della dimostrazione delle competenze ritenute illegittimamente addebitate, i soli estratti scalari ovvero se, al contrario, occorra fornire la serie degli estratti analitici.

Registriamo sul punto orientamenti diversi, ma una recente ed autorevole pronuncia della Corte d’Appello di Milano appare meritevole di menzione.

Con sentenza n. 2769 del 24 giugno, la corte territoriale compone una controversia che il Tribunale aveva risolto accogliendo le domande del correntista, dopo aver dato ingresso ad una CTU contabile sulla scorta di estratti parziali e di scalari prodotti dall’attore.

La Corte riforma la pronuncia di prime cure seguendo i seguenti passaggi logici.

Intanto il Collegio ricorda che “sia nel caso di ripetizione di indebito, che nell’ipotesi di accertamento di poste non dovute, spetta al correntista provare l’esistenza di tali poste indebite illegittimamente applicate dalla Banca, anche ai soli fini di un’azione di mero accertamento, dal momento che, a norma dell’art. 2697 c.c., è onere di chi vuol far valere un proprio diritto in giudizio provare i fatti che ne costituiscono il fondamento”.

In materia di rapporti di conto corrente, infatti, la Corte di Cassazione ha più volte affermato che il correntista che “agisca in giudizio per la ripetizione dell’indebito [e parimenti per la rideterminazione del saldo] è tenuto alla prova degli avvenuti pagamenti e della mancanza di una valida causa debendi essendo, altresì, onerato della ricostruzione dell’intero andamento del rapporto, con la conseguenza che non può essere accolta la domanda di restituzione se siano incompleti gli estratti conto attestanti le singole rimesse suscettibili di ripetizione” (Cass. Civ. n. 30822/2018).

Per quanto nel frangente in esame fosse palese la carenza documentale agli atti, la CTU era stata comunque disposta.

Ma la Corte d’Appello di Milano, come espresso sopra e in conformità con l’orientamento prevalente, ritiene che tale operazione contabile non sia corretta, essendo per contro necessario avere a disposizione la documentazione integrale che consenta la ricostruzione precisa degli importi addebitati illegittimamente, come espresso chiaramente da ultimo anche da Cass. 11543/19: “Il medesimo principio, opera, poi, a parti invertite, ove sia il correntista ad agire giudizialmente per l’accertamento giudiziale del saldo e la ripetizione delle somme indebitamente riscosse dall’istituto di credito, giacché in questa evenienza è tale soggetto, attore in giudizio, a doversi far carico della produzione dell’intera serie degli estratti conto (Cass. 7 maggio 2015, n. 9201; Cass. 13 ottobre 2016, n. 20693; Cass. 23 ottobre 2017, n. 24948): con tale produzione, difatti, il correntista assolve all’onere di provare sia gli avvenuti pagamenti che la mancanza, rispetto ad essi, di una valida causa debendi”.

La posizione dell’Ufficio è, pertanto, nel senso che la mancata produzione in atti degli estratti conto integrali da parte del correntista non consente di individuare analiticamente quali siano le poste asseritamente applicate in modo indebito, sia a titolo di interessi anatocistici che di interessi ultralegali, commissioni e spese. Non avendo parte attrice assolto all’onere probatorio su di lei gravante in ordine alle pretese azionate, l’appello della banca è stato accolto, con la conseguenza che la domanda di rideterminazione del saldo è stata rigettata e le risultanze della CTU, pur eseguita in primo grado, privata di rilevanza.

Corte d’Appello di Milano, 24 giugno 2019, n. 2769

Giorgio Zurru – g.zurru@lascalaw.com

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