Crisi e procedure concorsuali

Casi e limiti alla responsabilità del curatore fallimentare per l’omesso versamento delle imposte di competenza dell’impresa fallita

Cass. Civ., sez. VI, 17 luglio 2014 n. 16373 (leggi la sentenza per esteso)

Il Supremo Collegio, con la recentissima pronuncia in commento, ha inteso tracciare una linea di demarcazione evidenziando entro quali limiti il curatore – o l’amministratore giudiziale – possono essere considerati responsabili per l’omesso versamento delle imposte e quindi tenuti, in proprio, al versamento di tali oneri laddove gli stessi non siano soddisfatti dall’attivo fallimentare.

A sostegno delle proprie argomentazioni giuridiche, gli Ermellini dipartono dall’analisi dell’art. 36 del risalente d.P.R. 29 settembre 1973 n. 602.

A mente di tale norma, i liquidatori dei soggetti all’imposta sul reddito delle persone giuridiche che non adempiono all’obbligo di pagare – con le attività della liquidazione – le imposte dovute per il periodo della liquidazione medesima e per quelli anteriori, rispondono in proprio del pagamento delle imposte se soddisfano crediti di ordine inferiore a quelli tributari o assegnano beni ai soci o associati senza avere prima soddisfatto i citati crediti tributari. Tale responsabilità  è commisurata all’importo dei crediti di imposta che avrebbero trovato capienza in sede di graduazione delle poste ammesse al fallimento.

La richiamata prescrizione normativa -riferisce la parte motiva della sentenza in commento- è quindi una disposizione specifica che però enuncia ed esprime un principio generale: ciascuno risponde di un evento nella misura in cui ha concorso a cagionarlo.

Ed il presupposto essenziale affinché si possa parlare di un concorso a determinare il mancato pagamento di un’imposta è che tale mancato pagamento sia effetto di un comportamento contra legem del curatore e non della mera incapienza dell’attivo della procedura concorsuale.

Tale esigenza assume ancora più importanza laddove – come nel caso sottoposto alla Suprema Corte – il curatore e l’amministratore giudiziale gestiscono sì un patrimonio altrui ma in adempimento di una funzione pubblica inderogabile.

In virtù di quanto sopra, solo ove un depauperamento dell’erario vi sia e sia dovuto ad un utilizzo contra legem del patrimonio fallimentare si potrà poi indagare se l’ipotetica responsabilità del curatore venga meno a causa del controllo che le autorità giudiziarie competenti esercitano sulla condotta del professionista.

All’esito, quindi, delle argomentazioni giuridiche in sintesi richiamate, la Corte di Cassazione ha espresso il seguente principio di diritto: “ove l’Amministrazione finanziaria ritenga di affermare una responsabilità solidale del curatore fallimentare per i debiti tributari del fallimento – maturati o meno nel corso della procedura fallimentare – deve indicare nell’atto di addebito le ragioni che determinano tale responsabilità che deve nascere da un cattivo utilizzo dell’attivo fallimentare – ad esempio, a seguito del pagamento di crediti di ordine inferiore a quelli tributari – ponendo il curatore in condizione di esercitare le sue difese anche adducendo – se del caso – l’intervento determinante degli organi di controllo della procedura”.

28 luglio 2014

(Giangiacomo Ciceri – g.ciceri@lascalaw.com)

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