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Carenza di legittimazione ad agire rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado del giudizio

La pronuncia delle Sezioni Unite affronta la vexata quaestio in materia di contestazione della legittimazione ad agire.

Il percorso logico seguito dalla Suprema Corte trova la sua origine nel contrasto della giurisprudenza che ha visto nel corso degli anni contrapporsi, da una parte, l’orientamento minoritario, secondo cui la titolarità attiva o passiva del diritto sostanziale dedotto in giudizio costituisce una mera difesa, dall’altra, la tesi maggioritaria la quale afferma, invece, che la stessa costituisce un’eccezione in senso stretto, che deve essere introdotta nei tempi e nei modi previsti per le eccezioni di parte, con l’ulteriore conseguenza che spetta alla parte che prospetta tale eccezione l’onere di provare la propria affermazione. 

L’orientamento prevalente, tuttavia, si è rilevato infondato.

La ragione, spiegano le Sezioni Unite, poggia sulle seguente premessa: “deve essere condivisa la distinzione tra legittimazione al processo e titolarità della posizione soggettiva oggetto dell’azione e deve essere condivisa l’affermazione per cui il problema della titolarità della posizione soggettiva, attiva ma anche passiva, attiene al merito della decisione, cioè alla fondatezza della domanda“, rilevando, tuttavia che “il passaggio che non convince è quello per cui, attendendo al merito della decisione, la questione rientra nel potere dispositivo delle parti e (è questo il punto più critico) nell’onere deduttivo e probatorio della parte interessata“.

Partendo dalla suesposta premessa, la Suprema Corte ha ritenuto necessario ripercorrere i passaggi fondamentali della riflessione che sta alla base della problematica, osservando che: (i)oggetto di analisi, ai fini di valutare la sussistenza della legittimazione ad agire, è la domanda, nella quale l’attore deve affermare di essere titolare del diritto dedotto in giudizio”; (ii)da quest’analisi emerge come una cosa sia la legittimazione ad agire, altra cosa sia la titolarità del diritto sostanziale oggetto del processo. La legittimazione ad agire mancherà tutte le volte in cui dalla stessa prospettazione della domanda emerga che il diritto vantato in giudizio non appartiene all’attore. La titolarità del diritto sostanziale attiene invece al merito della causa, alla fondatezza della domanda. I due regimi giuridici sono, conseguentemente, diversi”; (iii) “come si è visto, è consolidata ed univoca la giurisprudenza per cui la carenza di legittimazione ad agire può essere eccepita in ogni grado e stato del giudizio e può essere rilevata d’ufficio dal giudice“.

In buona sostanza, per sciogliere il bandolo della matassa è necessario verificare se colui che vanta un diritto in giudizio ne sia effettivamente il titolare.

Conseguentemente, per le Sezioni Unite “può pertanto dirsi che la parte che promuove un giudizio deve prospettare di essere parte attiva del giudizio (ai fini della legittimazione ad agire) e deve poi provare di essere titolare della posizione giuridica soggettiva che la rende parte. Quanto al convenuto, qualora non condivida l’assunto dell’attore in ordine alla titolarità del diritto, può limitarsi a negarla. Questa presa di posizione è una mera difesa“.

Ed è sulla scorta di tali argomentazioni che gli Ermellini hanno enunciato il seguente principio di diritto: “La legittimazione ad agire attiene al diritto di azione, che spetta a chiunque faccia valere in giudizio un diritto assumendo di esserne titolare. La sua carenza può essere eccepita in ogni stato e grado del giudizio e può essere rilevata d’ufficio dal giudice. Cosa diversa dalla titolarità del diritto ad agire è la titolarità della posizione soggettiva vantata in giudizio. La relativa questione attiene al merito della causa“.

Cass., Sez. Un., 16 febbraio 2016, n. 2951

Nicole Giannìn.gianni@lascalaw.com

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