Fideiussore legale rappresentante della Società garantita

Cancellazione? No all’azione di ripetizione!

La pronuncia in commento analizza un tema più volte affrontato, anche dai giudici di legittimità, ossia quello dell’esercizio dell’azione di ripetizione di indebito con riferimento ad un rapporto di conto corrente, acceso da una società, poi cancellata dal Registro delle Imprese.

Nel caso di specie, ad agire nei confronti di un istituto di credito sono stati i soci, cessionari dei crediti asseritamente vantati, nei confronti di una banca, da una società, cessata per liquidazione volontaria e cancellata dal Registro delle Imprese.

Il Giudice, pur avendo istruito la causa, ha poi ritenuto di deciderla facendo applicazione del c.d. principio della ragione più liquida, risolvendo le questioni rilevanti sul piano dell’impatto operativo e accogliendo l’eccezione preliminare, sollevata dalla Banca, di carenza di legittimazione attiva dei soci.

L’assemblea ordinaria dei soci, nel verbale redatto prima della conclusione del percorso di liquidazione e prima della cancellazione della società dal Registro delle Imprese, aveva deliberato all’unanimità di cedere, in favore dei soci, proporzionalmente alle quote di capitale sociale detenute da ciascuno, i crediti vantati dalla società, anche a titolo di ripetizione di indebito, nei confronti degli istituti di credito con i quali la società aveva intrattenuto rapporti.

Il Giudice, lasciando in disparte la circostanza per la quale la cessione sarebbe comunque stata ontologicamente inconfigurabile, quantomeno per il liquidatore, atteso che quest’ultimo (anch’egli socio) avrebbe ceduto, di fatto, a sé stesso un credito, ha richiamato l’orientamento della Suprema Corte in merito, la quale ha sancito che, una volta estinta una società, i diritti dalla medesima vantati, non liquidati nel bilancio finale di liquidazione, transitano nella titolarità dei soci, fatta eccezione per le mere pretese, ancorché azionate ed azionabili in giudizio, e per i diritti di credito incerti o illiquidi la cui inclusione nel bilancio avrebbe richiesto un’ulteriore attività il cui mancato espletamento da parte del liquidatore consente di ritenere che la società vi abbia rinunciato.

Il Tribunale ha poi precisato che la cancellazione volontaria dal registro delle imprese impedisce che la società possa ammissibilmente agire o essere convenuta in giudizio; perciò, ha ritenuto che è ben possibile che la scelta della società di cancellarsi senza tenere conto di una pendenza ancora non definita, ma della quale il liquidatore aveva (o si può ragionevolmente presumere che avesse) contezza, sia da intendere come tacita manifestazione di volontà di rinunciare alla relativa pretesa. Il Giudice ha ritenuto che ciò possa affermarsi ancor più agevolmente laddove si tratti di mere pretese, ancorchè azionabili, cui ancora non corrisponda la possibilità di individuare con sicurezza nel patrimonio sociale un diritto o un bene definito, onde un simile diritto o un simile bene non avrebbero neppure potuto essere iscritti nell’attivo del bilancio finale di liquidazione.

Ad analoghe conclusioni, afferma il Tribunale, può pervenirsi nel caso in cui il diritto di credito, oltre che controverso, non sia neppure liquido. Solo un’attività ulteriore da parte del liquidatore, consistente nell’esercizio o nella coltivazione di un’azione giudiziaria, avrebbe potuto condurre a renderlo liquido, in vista del riparto tra i soci.

La scelta del liquidatore di procedere alla cancellazione della società, senza svolgere attività volte a far accertare o a rendere liquido il credito, dunque, può ragionevolmente essere interpretata come un’univoca manifestazione di volontà di rinunciare a quel credito, privilegiando una più rapida conclusione del procedimento di estinzione.

Il Tribunale ha precisato, infine, che quando si tratta di un bene o diritto che, se fossero stati conosciuti o non trascurati al tempo della liquidazione, in quel bilancio avrebbero dovuto senz’altro figurare, e che sarebbero stati suscettibili di ripartizione tra i soci, un’interpretazione abdicativa della cancellazione sarebbe stata meno giustificata.

Nel caso di specie, a fronte della pacifica estinzione della società, oggetto di cessione è senza dubbio un credito non liquido, addirittura litigioso, che costituisce, dunque, una mera pretesa, cui ancora non corrisponde la possibilità di individuare con sicurezza nel patrimonio sociale un diritto o un bene definito.

Pertanto, il Giudice ha ritenuto che l’omessa azione da parte del liquidatore, unico soggetto legittimato, costituisse chiara rinuncia al credito, con conseguente insuscettibilità di devoluzione per mezzo della cessione intervenuta.

Il Tribunale, dunque, ha rigettato la domanda, accogliendo l’eccezione di carenza di legittimazione attiva sollevata dalla Banca.

Trib. Chieti, 5 luglio 2021, n. 487

Andrea Maggioni – a.maggioni@lascalaw.com

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