Indeterminatezza del tasso, il contratto è comunque salvo

Cancellazione della società nel corso del giudizio: la pretesa già azionata è salva

La Cassazione, in una recente sentenza, tornando ad analizzare la questione inerente l’estinzione della società per essere stata cancellata dal Registro delle Imprese nel corso del giudizio di primo grado, ha statuito che tale cancellazione non può essere di per sé considerata quale causa estintiva della pretesa azionata.
 

La Corte, tentando di fare chiarezza sulla suddetta questione alquanto controversa, ha affrontato la problematica sotto un duplice profilo: quello sostanziale e quello processuale.

Quanto al primo profilo, ossia sostanziale, la Cassazione ha affermato che la cancellazione dell’impresa in corso di giudizio non costituisce automaticamente un indice univoco della volontà abdicativa del diritto azionato, ma ne rappresenta invece, proprio per la sua non univocità, un semplice indizio. Tale elemento dovrà essere valutato unitamente ad altri, che possano sciogliere eventuali equivoci sorti.

Nel suo articolato percorso argomentativo, ripercorrendo diverse pronunce sul tema, la Corte ha preso spunto dal principio generale espresso in merito dalle Sezioni Unite con le decisioni n. 6070, 6071 e 6072 del 2013, le quali hanno sancito che – una volta estinta la società – i diritti dalla medesima vantati, non liquidati nel bilancio finale di liquidazione, transitano nella titolarità dei soci. Ogni eccezione a questa regola (ad es. quella delle mere pretese non indicate nel bilancio di liquidazione) ed al conseguente passaggio in titolarità delle situazioni attive già facenti capo alla società, deve essere adeguatamente allegata e dimostrata da chi intenda farla valere.

Già in queste pronunce i giudici di legittimità avevano lasciato intendere che la semplice cancellazione della società e la mancata indicazione delle pretese nel bilancio finale non comporterebbe, di per sé, un elemento sufficientemente univoco per considerare rinunciata tale pretesa.

La Corte, per chiarire ulteriormente il principio sopra espresso, ha fornito poi un’accurata analisi della “rinuncia” che, nel diritto delle obbligazioni, assume le forme dell’istituto della “remissione del debito”, regolata dall’art. 1236 cod. civ., dal quale sono ricavabili i requisiti costitutivi della fattispecie.

Essendo tale rinuncia un atto negoziale, è richiesta la volontarietà dell’atto e dei suoi effetti, ossia che l’estinzione del debito sia voluta dal creditore (è necessario, pertanto che il creditore sia consapevolezza dell’esistenza del debito stesso).  La rinuncia può anche essere tacita e manifestarsi attraverso un comportamento concludente, dal quale deve peraltro risultare con univocità e concludenza (da valutare con estremo rigore e cautela) la volontà abdicativa e remissoria del creditore e deve essere assolutamente incompatibile con la volontà di pretendere il credito; inoltre, essendo un atto unilaterale ricettizio, deve essere diretta ad un destinatario determinato, come del resto richiesto dalla norma che ne prescrive la “comunicazione al debitore“.

Sulla base di tali presupposti, la Corte ha ritenuto, dunque, che la mera cancellazione della società dal Registro delle Imprese non possa essere di per sé indice di una volontà abdicativa equiparabile alla remissione del debito.

Sarebbe errato presumere, in presenza di una cancellazione, richiesta dal liquidatore ed operata in corso di causa, una rinuncia della società al diritto azionato: “perché si possano ravvisare i presupposti non è sufficiente, pena il ritenere ingiustificatamente sempre estinto il credito in tali evenienze sulla base di una presunzione assoluta priva dei caratteri ex art. 2729 c.c., che la cancellazione sia domandata ed eseguita: ciò, pur quando la società, nella persona dell’organo e legale rappresentante abbia conosciuto l’esistenza del credito onde neppure ne potesse avere la certezza. Infatti, la cancellazione potrebbe essere stata, ad esempio, decisa dalla società perché ritenuto in quel momento più conveniente (a risparmio di costi, difficoltà organizzative ecc.), senza che ciò possa significare, di per sé, anche rinuncia al credito”

Al contrario, i giudici di legittimità hanno rilevato che la mancata dichiarazione dell’estinzione della società da parte del difensore della stessa ai fini dell’interruzione del giudizio, così come la prosecuzione del giudizio da parte dei soci, sono da intendersi quale elemento contrario alla ipotizzata volontà di voler rinunciare all’esercizio del diritto di credito.

L’iscrizione della cancellazione nel Registro delle Imprese difetta, peraltro, del requisito della recettizietà indicato nell’art.1236 c.c.: la stessa, tramite la pubblicazione sul registro delle imprese, è diretta alla collettività e non, ad un destinatario determinato (il quale potrebbe anche dichiarare di non volerne profittare).

Infine, quanto al secondo profilo, quello processuale, laddove la cancellazione non sia stata dichiarata né notificata nel corso del giudizio, risulta correttamente instaurato il contraddittorio se il ricorso è stato notificato ai difensori della società, per il principio dell’ultrattività del mandato. Altrettanto ammissibile, vista l’intervenuta estinzione della società, risulta la costituzione in giudizio, mediante controricorso, dei soci, successori a titolo universale della società e, per tale ragione, abilitati ad esercitare il diritto di difesa in Cassazione.

Cass., Sez. I, 22 maggio 2020, n. 9464

Valentina Vitali – v.vitali@lascalaw.com

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