Diritto dell'Esecuzione Forzata

Caducazione del titolo esecutivo del creditore procedente: effetti sui creditori intervenuti muniti di titolo e riverberi sul processo esecutivo

La Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione, con ordinanza interlocutoria del 30 gennaio 2013 n. 2240 ha rimesso al primo Presidente la questione, reputata di fondamentale importanza, relativa alla sorte del processo esecutivo in presenza di pignoramenti riuniti ed interventi titolati, allorquando venga caducato, con efficacia ex tunc, il titolo del creditore procedente.

Lo spunto viene tratto da un caso del 2005 trattato Tribunale di Larino in cui due esecutati si opposero alle espropriazioni immobiliari riunite, intentate ai loro danni rispettivamente dalla Banca Commerciale Italiana e dalla Banca Nazionale del Lavoro, deducendo l’inesistenza del titolo di BNL a cagione di gravi carenze nella notificazione del decreto monitorio azionato – con conseguente illegittimità e nullità degli atti di esecuzione – , nonché la sopravvenuta carenza di legittimazione di BCI (che il 23 maggio 2000 aveva ceduto il proprio credito) con ulteriore conseguente nullità di tutti gli atti successivi alla cessione. Gli altri intervenuti erano Banca di Roma, Telecom ed un condominio.

La vicenda si concludeva con sentenza dell’adìto Tribunale n. 1017 del 2006 che dichiarava, per i riscontrati vizi della notifica del decreto ingiuntivo costituente titolo esecutivo, l’inesistenza del diritto della BNL a procedere, ma respinse le doglianze relative all’altra pignorante Banca Commerciale (poi Banca Intesa), compensando le spese di lite.

Successivamente gli esecutati ricorrevano in Cassazione, trovando come resistenti Telecom e Capitalia, frattanto succeduta a Banca di Roma.

In tale contesto l’oggetto della controversia è costituito dall’individuazione degli effetti della caducazione del titolo esecutivo del procedente sul processo esecutivo in presenza di intervenuti comunque titolati.

La Terza Sezione chiede, in buona sostanza, se il titolo esecutivo di un creditore interveniente possa comunque sorreggere l’esecuzione, qualora sia venuto meno quello del procedente, ritenendo opportuno che su tale questione intervenga il contributo nomofilattico delle Sezioni Unite, anche alla luce dei vari giudicati succedutisi nel corso degli anni.

La dottrina, in effetti, affronta la questione da tempo, ponendo in rilievo l’esigenza di distinguere la causa che ha provocato il venir meno del titolo esecutivo del creditore procedente, istintivamente ponendo l’accento sul fatto che non sia possibile tratteggiare una risposta univoca. In talune ipotesi il vizio che colpisce il titolo sarebbe originario e tale da giustificare la caducazione di tutto il procedimento di esproprio; in altre, invece, sopravvenuto ed a seconda delle circostanze potrebbe avere effetto retroattivo o meno.

Sarebbe interessante distinguere i casi in cui il venir meno del titolo del procedente possa lasciare scoperta retroattivamente la procedura esecutiva, provocando una situazione in cui in cui la perdita del titolo non può essere compensata  dai titoli fatti valere dagli intervenuti, da quelle in cui ciò non avvenga; tuttavia l’ordinanza di cui oggi si discorre non ammette che ci si soffermi sulle singole fattispecie, sia perché ciò imporrebbe un trattamento differenziato per ciascuna di esse, sia perché non si arriverebbe all’auspicata costruzione di una regola che assurga a principio generale.

Detta ordinanza evoca la possibilità di affermare, alla luce delle riforme processuali del 2006 e del principio di economia processuale, l’insensibilità del processo esecutivo cui partecipino più creditori concorrenti, alle vicende relative al titolo del creditore procedente, purché il titolo esecutivo azionato da almeno un altro creditore abbia mantenuto integra la propria efficacia.

In effetti, la gravata sentenza, pur non pronunciandosi sulla domanda di declaratoria di nullità di tutti gli atti esecutivi posti in essere dal creditore di cui sia stata riconosciuta l’inesistenza del diritto di procedere, ha al contempo rigettato l’altra doglianza dei debitori, sul venir meno di analogo diritto anche in capo al co-pignorante; il che comporta evidentemente – suppur in modo implicito – una valutazione di sufficienza ed idoneità della validità del pignoramento riunito a fondare la ritualità e validità di tutti gli atti conseguenti.

Naturalmente il Collegio ha contezza della sentenza n. 3531 del 13 febbraio 2009 – conforme a Cass. ex multi n. 985/2005; 11904/2004; 5192/1999; in contrasto n. 427/1978 – con cui si è stabilito che i creditori con titolo possono scegliere tra intervento nel processo esecutivo e pignoramento autonomo sul medesimo bene, il quale ha un effetto indipendente da quello che lo ha preceduto. Cosicché, se il titolo esecutivo di chi interviene può effettivamente sopperire alla possibile inerzia del procedente, è da tenere in debita considerazione anche quanto racchiuso nell’art. 493 c.p.c. che delinea il principio di autonomia  di ogni pignoramento (per cui ogni pignoramento spiega i suoi propri effetti anche se unito ad altri in un unico processo).

La Terza Sezione ritiene quindi che, riesaminando criticamente le motivazioni a base del precedente, si potrebbe delineare un quadro normativo più armonico e maggiormente in linea con la riforma del novellato processo esecutivo, giungendo alla conclusione di pervenire al “non travolgimento” dell’esecuzione nel caso di caducazione del titolo fondante il primo pignoramento, così risparmiando al creditore intervenuto un eccessivo onere, consistente nella verifica a priori – peraltro quasi impossibile – della stabilità del titolo del creditore procedente, prima di scegliere tra un intervento o un pignoramento successivo.

Ed è proprio in tale ottica che viene rimesso il quesito alle Sezioni Unite: non solo per sventare il rischio di un contrasto di giudicati, ma anche e soprattutto per rendere prevedibili le ricadute sugli istituti ed il processo di esecuzione in generale.

(Giuliana Bano – g.bano@lascalaw.com)

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