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Telecomunicazioni e conciliazione: cosa succede se non viene esperito il tentativo?

Con una recente sentenza la Cassazione ha sancito il principio di diritto per il quale, il mancato previo esperimento del tentativo di conciliazione previsto dall’art. 1 comma 11 della L. n. 249 del 1997 in tema di controversie in materia di telecomunicazioni non possa dare luogo ad improponibilità della domanda, ma bensì a mera improcedibilità con conseguente onere del Giudice di sospendere la causa e concedere alle parti termine per dare luogo al tentativo di conciliazione per poi, in caso di esito negativo, proseguire il giudizio dinnanzi a se.

Nel caso di specie, il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, in funzione di Giudice d’Appello, dichiarava l’improponibilità della domanda giudiziale formulata da un utente in primo grado, avendo rilevato il mancato esperimento preliminare del tentativo di conciliazione, in luogo dell’improcedibilità e quindi senza dare alle parti un termine per tentate la conciliazione.

La Legge n. 249 del 1997, istitutiva dell’AGCOM (Autorità per la garanzia nelle comunicazioni) prevede all’art. 1 comma 11 l’obbligatorietà del tentativo di conciliazione per le controversie insorte tra Utenti e Soggetti Autorizzati ed operanti nel settore delle telecomunicazioni, senza però specificare gli effetti processuali legati ad un eventuale mancato esperimento di questo tentativo. Anche la dizione adottata nel successivo Regolamento del 2007, dove si prevede espressamente che “il ricorso in sede giurisdizionale è improcedibile fino a quando non sia stato esperito il tentativo di conciliazione” non risulta precisa ed univoca, e tale da non ingenerare equivoco sull’interpretazione della norma.

Non solo: le predette disposizioni demandano altresì alla stessa Autorità il compito di emanare specifici provvedimenti ad hoc finalizzati ad indicare modalità di erogazione del servizio e relativi ambiti di intervento.

A livello operativo, l’Autorità con delibera emanata nell’anno 2002 ha disposto di affidare ai Comitati Regionali per le Comunicazioni (i c.d. Co.Re.Com) il ruolo di conciliatore in questa materia. Molto spesso però ai singoli Co.Re.Com non sono state immediatamente conferite le necessarie funzioni per poter fornire questo servizio e infatti la delibera prevedeva, nell’attesa che i Comitati Regionali si strutturassero, la “facoltà” (e non l’obbligo, come invece espressamente previsto dalla Legge istitutiva dell’AGCOM) di esperire il tentativo di Conciliazione presso altri organi giurisdizionali di risoluzione delle controversie in materia di consumo…

I Giudici della Suprema Corte hanno quindi preso in esame la normativa nazionale vigente per specifiche materie aventi caratteristiche affini, come ad esempio il tentativo di conciliazione disciplinato dall’ormai abrogato art. 412 bis cpc in tema di processo del lavoro o all’art. 443 cpc in materia di previdenza ed assistenza obbligatorie nelle quali il legislatore aveva introdotto il concetto di “procedibilità della domanda” o come la disciplina prevista del D.Lgs. n. 28 del 2010 che ha introdotto per un’ampia serie di materie l’obbligo di esperire preventivamente il tentativo di mediazione.

In questi casi la mancata instaurazione di tale procedimento determina un rinvio della causa ad un momento successivo rispetto al termine che il Giudice a quel punto concede per poter dare luogo o concludere il tentativo, con relativa salvaguardia degli effetti sostanziali e processuali della domanda e con effetto sospensivo del Giudizio.

Anche la Corte Costituzionale ha più volte segnalato che la previsione di procedure obbligatorie di conciliazione debba essere messa in relazione con l’interesse generale al soddisfacimento più immediato di situazioni sostanziali che può passare da una composizione preventiva della lite ma senza precludere o rendere eccessivamente oneroso l’accesso alla giustizia. Quindi l’opzione della improcedibilità piuttosto che quella della improponibilità della domanda, in un contesto costituzionalmente orientato, rappresenta sempre la scelta privilegiata.

Sottolineano infine i Giudici come anche nella normativa europea (dove viene incentivato l’accesso a meccanismi alternativi di soluzione delle controversie), assuma rilevanza non tanto il carattere obbligatorio o facoltativo del meccanismo di conciliazione previsto dal legislatore nazionale quanto il fatto che il diritto di accesso delle parti al sistema giudiziario sia preservato e che la previsione nazionale in tema di conciliazione non sia tale da pregiudicare la realizzazione dell’obiettivo della direttiva di riferimento.

Cass., Sez. Unite, 28 aprile 2020, n. 8241

Marco Contini – m.contini@lascalaw.com

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