Diritto dell'Esecuzione Forzata

Beni in comunione legale ed espropriazione

Ai sensi dell’art. 179 c.c. la comunione legale tra coniugi, diversamente da quella ordinaria, c.d. “romanica” è una comunione senza quote, c.d. “germanica”.

In forza di tale istituto i coniugi sono solidalmente titolari di un diritto avente ad oggetto per l’intero i beni della comunione stessa, sulla base di un interesse comune; infatti, nella comunione legale non è ammissibile la partecipazione di terzi estranei.

Questo comporta, a livello esecutivo, che non può essere pignorata la quota del 50% di un bene in comunione legale, ma l’intero bene.

Costituisce autorevole avallo delle suesposte considerazioni la sentenza di Cass. n. 4033/2003, che riprende le argomentazioni già svolte in Cass. n. 284/1987, chiarendo come “la quota” nella comunione legale dei beni tra coniugi, sia “caratterizzata dalla indivisibilità e dalla indisponibilità, ed ha soltanto la funzione di stabilire la misura entro cui tali beni possono essere aggrediti dai creditori particolari (art. 189 c.c.), la misura della responsabilità sussidiaria di ciascuno dei coniugi con propri beni personali verso i creditori della comunione (art. 190 c.c.) e, infine, la proporzione in cui, sciolta la comunione, l’attivo e il passivo saranno ripartiti tra i coniugi o i loro eredi (art. 194 c.c.)”.

In altri termini, la quota della comunione legale fornisce solo l’astratta misura del riparto, suscettibile di concreta realizzazione del proprio contenuto patrimoniale nella sola fase di scioglimento della comunione stessa.

Prima di tale momento, la ratio del principio di indisponibilità della quota nella comunione legale risiede nella conseguente inespropriabilità da parte del creditore personale del coniuge della quota di pertinenza personale di quest’ultimo. Tale principio mira ad evitare l’aberrante sostituzione del coniuge esecutato con un terzo estraneo al rapporto, id est l’aggiudicatario, che si produrrebbe ammettendo l’esecuzione sulla predetta quota, in violazione delle disposizioni di cui agli artt. 189 comma 2 e 192 c.c..

Il creditore di un coniuge, pertanto, dovrà pignorare l’intero cespite in comunione, con facoltà peraltro di soddisfarsi solo sul ricavato nei limiti della quota spettante al coniuge obbligato, mentre l’interesse del coniuge non obbligato è tutelato dal diritto di far propria la rimanente parte del 50% del ricavato.

Soluzione, questa, che ha ricevuto l’autorevole avallo, sia pure in un obiter dictum, dalla Corte di Cassazione, la quale ritiene che “in sede di opposizione agli atti esecutivi proposta dal coniuge non obbligato (in regime di comunione legale) con riguardo al bene oggetto del procedimento di esecuzione intrapreso nei confronti dell’altro coniuge, sono da ritenersi rilevanti sia i vizi relativi alla notifica del pignoramento (che deve essere ricevuta dal detto opponente, ex art. 599, comma 2, c.p.c.) sia la richiesta di separazione della propria quota in caso di vendita o di assegnazione del bene (giusta la previsione di cui all’art. 600 stesso codice), mentre risultano ininfluenti tutte le ulteriori vicende relative allo svolgimento del processo esecutivo, quali la omessa notifica del titolo esecutivo o del precetto, delle quali è da ritenersi destinatario esclusivamente il debitore, e non anche l’eventuale comproprietario non obbligato” (Cass. 02 agosto 1997 n. 7169).

Il coniuge non esecutato, pertanto, deve essere avvisato ai sensi dell’art. 599 c.p.c. dell’avvio dell’esecuzione e rimane pur sempre legittimato ad intervenire eccependo che gli venga distribuito il 50% del ricavato della vendita, ovvero partecipare all’asta e acquistare il bene di cui è comproprietario.

(Claudia Ferrari – c.ferrari@lascalaw.com)

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