La rivincita del promissario acquirente

Bancarotta: il rappresentante legale è responsabile della distrazione del bene in leasing

Il reato di bancarotta fraudolenta per distrazione sussiste anche qualora il bene oggetto della distrazione derivi da un contratto di leasing. Quello che rileva, infatti, non è la proprietà del bene bensì l’onere economico che deriva dal contratto stesso che, in caso di distrazione, viene a gravare sull’asse fallimentare.

 

Contro la sentenza della Corte territoriale che confermava la condanna di primo grado per bancarotta fraudolenta per distrazione, proponeva ricorso alla Corte Suprema di Cassazione articolando diversi motivi tra cui vizio di illogicità della motivazione, posto che la Corte d’Appello non avrebbe considerato come mancasse la prova della distrazione dei beni oggetto di contratto di leasing né che non fosse stato accertato l’effettivo ingresso nel patrimonio sociale dei beni in questione considerato che la società di leasing non si era insinuata al passivo e, pertanto, doveva presumersi che i beni stessi fossero stati restituiti.

Il Supremo Collegio, nel dichiarare siffatto motivo di doglianza come inammissibile, si è soffermato sulla circostanze che, in materia di locazione finanziaria, comportano responsabilità penale indipendentemente dalla titolarità dei beni oggetto del contratto in questione.

Secondo un indirizzo costante della giurisprudenza di legittimità, ciò che rileva, in ambito fallimentare, non è la sussumibilità del bene nell’asse fallimentare bensì l’insieme dei diritti esercitabili dalla curatela all’esito del fallimento e le ripercussioni sul patrimonio sociale che derivano dall’esercizio, o dal mancato esercizio di tali diritti.

Gli organi fallimentari devono, infatti, poter scegliere, al termine della durata contrattuale, se riscattare il bene in leasing oppure restituire il bene al concedente, che rimane titolare della proprietà del bene medesimo: il mancato esercizio di questa alternativa costituisce un pregiudizio per la massa dei creditori nella misura in cui determina un onere economico nascente dall’inadempimento dell’obbligo di restituzione di cui è responsabile il soggetto fallito (rectius: chi ne ha la rappresentanza legale e gestoria).

Secondo, infatti, quanto stabilito dall’art. 72 della legge fallimentare, ed evidenziato dalla Suprema Corte, in caso di esercizio provvisorio dell’impresa da parte degli organi fallimentari, il contratto continua ad avere esecuzione, a meno che il Curatore non dichiari di volerlo sciogliere. “In tale ipotesi il concedente ha diritto alla restituzione del bene ed è tenuto a versare alla curatela l’eventuale differenza tra la maggior somma ricavata dalla vendita o da altra collocazione del medesimo bene, avvenute a valori di mercato, ed il credito residuo in linea capitale”.

Cass., Sez. V Pen., 16 ottobre 2019, n. 12455

Fabrizio Manganiello – f.manganiello@lascalaw.com

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