Bancarotta documentale: integra il reato la contabilità parallela che non supporta quella ufficiale

La bancarotta preferenziale sussiste in caso di consapevolezza del dissesto

Quando il pagamento di alcuni creditori è volto, in via esclusiva o prevalente, alla salvaguardia della attività sociale o imprenditoriale ed il risultato di evitare il fallimento può ritenersi più che ragionevolmente perseguibile, non può ritenersi sussistente il reato di bancarotta preferenziale. Questo non si verifica quando il soggetto agente è consapevole dell’irreversibilità del dissesto nonché della natura chirografaria dei crediti soddisfatti in violazione della par condicio creditorum.

La Corte d’Appello territoriale, in parziale riforma della sentenza del Tribunale, condannava l’imputato alla pena di otto mesi di reclusione, per il reato di bancarotta preferenziale in relazione al fallimento della ditta individuale omonima riferibile allo stesso, confermando nel resto la sentenza di primo grado. Avverso la decisione della Corte d’Appello proponeva ricorso l’imputato tramite il proprio difensore, deducendo violazione di legge e vizio di motivazione manifestamente illogica in relazione alla ritenuta sussistenza dell’elemento psicologico del reato di cui all’art. 216, comma 3, I. fall.. In particolare, i giudici di secondo grado avrebbero disatteso l’orientamento giurisprudenziale che ritiene insussistente il reato in esame nell’ipotesi in cui la condotta si sia risolta nel porre in essere strategie aziendali volte ad alleggerire la pressione dei creditori in vista di un riequilibrio finanziario, come risulta nel caso di specie, in cui le operazioni contestate sono state effettuale, sì, con violazione della par condicio creditorum, ma in favore di due istituti di credito che avevano intimato il rientro dalle esposizioni debitorie, pena la riclassificazione dei propri crediti a sofferenza nella Centrale Rischi della Banca d’Italia con conseguente revoca dei fidi da parte delle banche con le quali operava la ditta.

Il ricorrente ritiene che, al momento in cui sono stati effettuati i pagamenti preferenziali contestati, avesse la convinzione di riuscire a proseguire la propria attività d’impresa ed a far fronte successivamente a tutte le posizioni di esposizione debitoria.

Il ricorso, a parere del Supremo Collegio, si rivela manifestamente infondato e da dichiararsi inammissibile. E’ fuor di dubbio che, come asserito dal ricorrente nei propri motivi di doglianza, la giurisprudenza di legittimità ha affermato che la bancarotta preferenziale (prevista dall’art. 216, comma terzo, I. fall.) richiede, “ai fini della sua configurabilità, sul piano oggettivo, la violazione della “par condicio creditorum” nella procedura fallimentare e, sul piano soggettivo, la ricorrenza di una forma peculiare di dolo, costituito dalla volontà di recare un vantaggio al creditore soddisfatto (o anche a più creditori), con l’accettazione dell’eventualità di un danno per altri (anche secondo lo schema tipico del dolo eventuale). Tale finalità deve risultare il primario interesse perseguito dal debitore, con la conseguenza che essa non è ravvisabile qualora il pagamento sia volto, in via esclusiva o prevalente, alla salvaguardia della attività sociale o imprenditoriale ed il risultato di evitare il fallimento possa ritenersi più che ragionevolmente perseguibile”.

Tuttavia, nel caso di specie, risulta manifestamente infondato il nucleo essenziale delle doglianze proposte, riferito alla insussistenza della prova della configurabilità dell’elemento psicologico del dolo specifico necessario ad integrare il reato di bancarotta preferenziale ed al vizio di motivazione al riguardo da cui sarebbe afflitto il provvedimento impugnato.

La Corte d’Appello, con motivazione precisa nella ricostruzione degli elementi di prova e logica nel suo snodarsi, oltre che particolarmente ampia ed esauriente, offre un quadro di sintesi della situazione economica della ditta individuale del ricorrente, avente ad oggetto attività di edilizia, negli anni immediatamente precedenti alla dichiarazione di fallimento ed individua con precisione le due operazioni in relazione alle quali è stata contestata la bancarotta preferenziale.

In relazione ad esse, vengono spiegate le ragioni in base alle quali la logica degli adempimenti da parte del ricorrente sia da riferirsi non già al tentativo di risanare l’azienda evitando istanze di fallimento, ma al soddisfacimento privilegiato di taluni creditori (istituti di credito), benché chirografari, nella prospettiva certa, invece, del prossimo, inevitabile fallimento, alla luce del manifestarsi, nei mesi immediatamente precedenti al dissesto, di insoluti a catena dai quali il provvedimento impugnato ritiene fosse conclamato lo stato di decozione dell’impresa all’epoca dei pagamenti preferenziali.
Tali elementi di ricostruzione in fatto vengono organizzati in una motivazione coerente e priva di iati logici o di aporie, che ricollega la prova del dolo specifico del reato di bancarotta preferenziale in capo al ricorrente a tali dati di consapevolezza delle condizioni economiche aziendali di irreversibile difficoltà ed alla natura chirografaria dei crediti.

Se, pertanto, come costantemente affermato, “la condotta illecita del reato di bancarotta preferenziale non consiste nell’indebito depauperamento del patrimonio del debitore ma nell’alterazione dell’ordine, stabilito dalla legge, di soddisfazione dei creditori, tale alterazione sussiste certamente nel caso di specie ed è ammessa dallo stesso ricorrente, il quale fa solo una questione di insussistenza ed insufficienza della motivazione impugnata quanto alla ricostruzione del dolo specifico che, si è detto, risulta del tutto infondata alla luce delle argomentazioni addotte in proposito dai giudici di merito”.

La Corte, pertanto, dichiarava inammissibile il suddetto motivo di doglianza condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di 3.000,00 euro in favore della Cassa delle ammende.

Cass., Sez. V Penale, 15 aprile 2019,  n. 16352

Fabrizio Manganiello – f.manganiello@lascalaw.com

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