Bancarotta documentale: integra il reato la contabilità parallela che non supporta quella ufficiale

Bancarotta: la determinazione delle pene accessorie non fisse non compete al Supremo Collegio

A seguito della recente pronuncia della Consulta in merito all’illegittimità costituzionale dell’art. 216 u.c. legge fallimentare, il successivo contrasto in ordine alla possibilità, da parte del Supremo Collegio, di intervenire direttamente in punto di durata delle pene accessorie è stato risolto negativamente deputando il giudice di merito al relativo incombente posto che si tratta di sanzione accessoria non avente un termine di durata fissa.

La Corte d’Appello territoriale, in parziale riforma della sentenza di primo grado aveva provveduto a rideterminare il trattamento sanzionatorio inflitto all’imputato per l’ipotesi delittuosa di bancarotta fraudolenta documentale alla luce della declaratoria di estinzione per intervenuta prescrizione di altro reato oggetto di contestazione afferente l’ipotesi di bancarotta semplice.

Avverso la sentenza della Corte proponeva ricorso l’imputato personalmente deducendo vizio di motivazione in riferimento all’art. 129 c.p.p. e violazione di legge relativamente alla determinazione della pena.

Il Supremo Collegio riteneva il ricorso inammissibilmente formulato perché privo della necessaria correlazione con le ragioni poste a fondamento del provvedimento impugnato.

Cionondimeno la Corte suprema riteneva di dover procedere ad annullamento con rinvio della sentenza impugnata in merito alla determinazione della durata delle sanzioni accessorie di cui all’art. 216 u.c. L.F. irrogate all’imputato nella misura di dieci.

Questo perché con la sentenza n. 222 del 5 dicembre 2018, la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 216, u.c., L.F. nella parte in cui dispone che “la condanna per uno dei delitti previsti nel presente articolo importa per la durata di dieci anni l’inabilitazione all’esercizio di un’impresa commerciale e l’incapacità per la stessa durata ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa” e tale declaratoria, avente efficacia ex tunc ai sensi dell’art. 30 della legge costituzionale n. 87 del 1953, trova applicazione nell’ambito del procedimento oggetto del vaglio di legittimità in quanto, sebbene questione non sia stata investita dal ricorso, la durata delle sanzioni accessorie come determinata nella sentenza impugnata si qualifica in termini di (sopravvenuta) illegalità della pena, apprezzabile ex officio in sede di legittimità.

La Consulta ha esplicitamente “escluso l’applicabilità dello strumento di commisurazione (cor)relativa declinato dall’art. 37 c.p. che, in ipotesi di pena accessoria indeterminata, ne determina la durata nella stessa misura della pena principale, ritenendo il relativo meccanismo non adeguato ad assicurare la necessaria autonoma quantificazione in considerazione della specifica e non sovrapponibile funzione del diverso ordine di pene sia in relazione al diverso carico di afflittività rispetto ai diritti fondamentali della persona, che della diversa finalità.”. Quest’interpretazione non è stata ritenuta vincolante in una prima applicazione giurisprudenziale, mentre altro orientamento si è determinato nel senso di dover rimettere al giudice del merito la determinazione discrezionale dell’entità delle pene accessorie ex art. 216 u.c..

In ragione di tale contrasto, manifestatosi immediatamente dopo la pronuncia della Consulta, è stata rimessa alle Sezioni Unite la questione “se le pena accessorie previste per il reato di bancarotta fraudolenta dall’art. 216, ultimo comma, della legge fallimentare, come riformulato ad opera della sentenza n.222 del 5/12/2018 della Corte costituzionale con sentenza dichiarativa di illegittimità costituzionale, mediante l’introduzione della previsione della sola durata massima “fino a dieci anni” debbano considerarsi pena con durata non predeterminata e quindi ricadere nella regola generale di computo di cui all’art. 7 c.p. (che prevede la commisurazione della pena accessoria non predeterminata alla pena principale inflitta), con la conseguenza che è la stessa Cassazione a poter operare la detta commisurazione con riferimento ai processi pendenti; ovvero se, per effetto, della nuova formulazione, la durata delle pene accessorie debba invece considerarsi predeterminata entro la forbice data, con la conseguenza che non trova applicazione l’art. 37 c.p., la rideterminazione comporta un giudizio di fatto di competenza del giudice del merito, da effettuarsi facendo ricorso ai parametri di cui all’art. 133 c.p.”.

Dalla relativa informazione provvisoria, risulta che, con sentenza del 28 febbraio 2019, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno statuito come “le pene accessorie previste dall’art. 216 legge fallimentare, nel testo riformulato dalla sentenza n. 222 della Corte costituzionale, così come le altre pene accessorie per le quali la legge indica un termine di durata non fissa, devono essere determinate in concreto dal giudice in base ai criteri di cui all’art. 133 c.p.”.

Ne discende, pertanto, che, in applicazione dell’enunciato principio di diritto, che assegna alla discrezionalità del giudice del merito la verifica dei parametri di commisurazione della pena accessoria, in quanto sanzione predeterminata, in riferimento al carico di afflittività rispetto ai diritti fondamentali della persona (libertà di iniziativa economica) ed alla finalità (non soltanto rieducativa) della medesima, la sentenza impugnata deve essere annullata limitatamente alla determinazione della durata delle sanzioni accessorie di cui all’art. 216 all’imputato nella misura di dieci anni, con rinvio al giudice di merito per nuovo esame sul punto.

Cass. Penale, V Sezione, n. 34831/2019

Fabrizio Manganiello – f.manganiello@lascalaw.com

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