La rivincita del promissario acquirente

Bancarotta: irrilevante il momento in cui fatti distrattivi sono commessi

I fatti di distrazione, una volta intervenuta la dichiarazione di fallimento, assumono rilevanza penale in qualunque tempo siano stati commessi, e quindi anche se la condotta si è realizzata quando ancora l’impresa non versava in condizioni d’insolvenza non occorrendo alcun collegamento eziologico o psicologico tra la condotta di coloro che hanno commesso consapevolmente l’atto di distrazione o dissipazione e lo stato di insolvenza dell’impresa.

La Corte di Appello territoriale in riforma parziale della pronuncia del Tribunale, che aveva ritenuto l’imputato colpevole del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale, riduceva le pene accessorie fallimentari applicate in conseguenza della condanna, confermando nel resto.

L’imputato, tramite il proprio difensore ricorreva in Cassazione adducendo diversi motivi di doglianza tra cui l’erronea applicazione dell’art. 216 L.F., nonché la contraddittorietà /o manifesta illogicità della motivazione e il travisamento della prova, ex art. 606 lett. e) c.p.p., assumendo che, in relazione alla specifica contestazione, quale condotta distrattiva, della cessione di un contratto di leasing immobiliare, evidenziava che non si potesse affatto sostenere che la prosecuzione del rapporto sarebbe stata una risorsa per i creditori, anziché un onere, tenuto conto che la società avrebbe dovuto ancora corrispondere canoni per circa 500.000,00 euro e non si comprende per quale motivo avrebbe dovuto ad ogni costo riscattare l’immobile, stante anche lo stato in cui versava la società.

La Corte di Cassazione riteneva il motivo di doglianza inammissibile in quanto riproduttivo di questioni di merito già avanzate dinanzi la Corte d’Appello la quale, con motivazione scevra di censure, quanto alla cessione del contrato di leasing, evidenziava che la cedente all’atto della cessione – rispetto alla quale difetterebbe la stessa prova dell’avvenuto versamento del corrispettivo – aveva già corrisposto canoni per la complessiva somma di circa 580.000,00 euro e come l’immobile – al di là dell’entità dei canoni ancora da versare per il riscatto – avesse un valore commerciale notevolmente superiore, con la conseguenza che la posizione contrattuale ceduta aveva indubbiamente un valore economico rilevante che ne rendeva conveniente il riscatto. A ciò si doveva aggiungere il dato inconfutabile secondo cui la domanda di revocatoria azionata dalla curatela fallimentare, avente ad oggetto il contratto di cessione in questione, aveva trovato esito vittorioso, confermando la natura sostanzialmente distrattiva dell’operazione.

Il ricorrente ometteva di considerare che, secondo una consolidata giurisprudenza di legittimità «una volta intervenuta la dichiarazione di fallimento, ogni atto di distrazione assume rilevanza penale in quanto, avendo arrecato la corrispondente diminuzione del patrimonio destinato alla garanzia dei creditori, si è tradotto ipso facto in un immediato pregiudizio per le ragioni di costoro. Infatti, la dichiarazione di fallimento non costituisce l’evento del reato di bancarotta, per cui è irrilevante il nesso eziologico tra la condotta realizzatasi con l’attuazione di un atto dispositivo – che incide sulla consistenza patrimoniale di un’impresa commerciale – ed il successivo fallimento… Pertanto, i fatti di distrazione, una volta intervenuta la dichiarazione di fallimento, assumono rilevanza penale in qualunque tempo siano stati commessi, e quindi anche se la condotta si è realizzata quando ancora l’impresa non versava in condizioni d’insolvenza non occorrendo alcun collegamento eziologico o psicologico tra la condotta di coloro che hanno commesso consapevolmente l’atto di distrazione o dissipazione e lo stato di insolvenza dell’impresa.».

La distrazione, infatti, consiste nel compimento di qualsiasi atto negoziale di disposizione patrimoniale che presenti anomalie genetiche e/o funzionali e dal quale derivi una diminuzione patrimoniale oggettivamente certa e prevedibile.

Il distacco del bene dal patrimonio dell’imprenditore poi fallito (con conseguente depauperamento in danno dei creditori), in cui si concreta l’elemento oggettivo del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, può realizzarsi in qualsiasi forma e modalità ed in qualsiasi momento, non avendo incidenza su di esso la natura dell’atto negoziale con cui tale distacco si compie, né la possibilità di recupero del bene attraverso l’esperimento delle azioni apprestate a favore della curatela. Anche un atto tipico dell’impresa può essere considerato “distrattivo” o “dissipativo” del patrimonio aziendale, quando viene compiuto con finalità diverse rispetto a quelle compatibili con l’oggetto sociale e vi è un’accettazione preventiva, esplicita o implicita, del risultato negativo di una determinata operazione nei confronti della massa dei creditori.

Cass., Sez. V, 3 marzo 2021, n. 13079

Fabrizio Manganiello – f.manganiello@lascalaw.com

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