Bancarotta: non può sussistere responsabilità penale “da posizione” del fallito

Bancarotta: irrilevante l’assenza di consapevolezza di poter fallire

L’accertamento dell’elemento oggettivo della concreta pericolosità del fatto distrattivo e del dolo generico deve valorizzare la ricerca di “indici di fraudolenza”, necessari a dar corpo, da un lato, alla prognosi postuma di concreta messa in pericolo dell’integrità del patrimonio dell’impresa, funzionale ad assicurare la garanzia dei creditori e, dall’altro, all’accertamento in capo all’agente della consapevolezza e volontà della condotta in concreto pericolosa.

Con la sentenza impugnata la Corte di Appello territoriale confermava la sentenza emessa dal Tribunale, con cui l’imputato era stato condannato a pena di giustizia, oltre che al risarcimento dei danni nei confronti della costituita parte civile, in relazione ai reati di bancarotta per distrazione e di bancarotta documentale di società dichiarata fallita dal medesimo Tribunale.

Con ricorso ritualmente depositato l’imputato proponeva, attraverso il proprio difensore, apposito motivo di doglianza per violazione di legge e vizio di motivazione, ai sensi dell’art. 606, lett. b) ed e), c.p.p., in riferimento alla sussistenza degli elementi costitutivi della bancarotta documentale, non avendo la Corte di merito fornita adeguata risposta alle doglianze difensive, che avevano evidenziato come il primo Giudice avesse rilevato come la fattispecie oggetto di apposito capo d’imputazione dovesse essere qualificata come bancarotta semplice documentale, senza alcun approfondimento dell’elemento psicologico, peraltro essenziale al fine di distinguere la fattispecie di bancarotta documentale semplice da quella di bancarotta fraudolenta documentale.

Il Supremo Collegio riteneva di dover disattendere, rigettandolo, tale motivo di ricorso posto che, del tutto conformemente alla giurisprudenza di legittimità, la sentenza impugnata ha ricordato che trattasi di dolo generico. Si tratta, infatti, di orientamento è assolutamente pacifico nella giurisprudenza della Corte di Cassazione che ha, peraltro, precisato come detto elemento psicologico consista nella consapevole volontà di dare al patrimonio sociale una destinazione diversa rispetto alle finalità dell’impresa, e di compiere atti che cagionino, o possano cagionare, danno ai creditori, ciò anche nel caso in cui l’agente, pur non perseguendo direttamente il risultato, tuttavia lo preveda e, ciò nonostante, agisca, consentendo, in tal modo, il suo realizzarsi.

Il motivo di ricorso sembra confondere il concetto di pericolo concreto -consistente nel prospettare la necessaria concretezza del pericolo generato dalla condotta illecita, e la sua conseguente rappresentazione da parte dell’agente- con il nesso causale tra la condotta e l’effettiva diminuzione della garanzia patrimoniale.

In tal senso va detto che, sebbene la nozione di pericolo concreto risulti, senza alcun dubbio, più adeguata al principio di offensività, oltre che all’esigenza di espungere dall’ambito applicativo della norma incriminatrice fatti di cui lo stesso agente non sarebbe in grado di prevedere l’effettiva carica lesiva -come, ad esempio, nel caso di distrazioni commesse in epoca assai antecedente rispetto alla declaratoria di fallimento e nel mentre l’impresa era florida- la rappresentazione del fallimento o del dissesto esula dall’elemento soggettivo del reato, con la conseguente irrilevanza del fatto che nell’agente manchi la consapevolezza di poter fallire. Secondo, infatti, un recente arresto giurisprudenziale “In tema di bancarotta fraudolenta per distrazione, l’accertamento dell’elemento oggettivo della concreta pericolosità del fatto distrattivo e del dolo generico deve valorizzare la ricerca di “indici di fraudolenza”, rinvenibili, ad esempio, nella disamina della condotta alla luce della condizione patrimoniale e finanziaria dell’azienda, nel contesto in cui l’impresa ha operato, avuto riguardo a cointeressenze dell’amministratore rispetto ad altre imprese coinvolte, nella irriducibile estraneità del fatto generatore dello squilibrio tra attività e passività rispetto a canoni di ragionevolezza imprenditoriale, necessari a dar corpo, da un lato, alla prognosi postuma di concreta messa in pericolo dell’integrità del patrimonio dell’impresa, funzionale ad assicurare la garanzia dei creditori e, dall’altro, all’accertamento in capo all’agente della consapevolezza e volontà della condotta in concreto pericolosa.”.

Indici che si rinvengono nel caso di specie dove, a fronte di un andamento economico negativo della società fallita risalente nel tempo, il ricorrente si è comunque determinato ad effettuare l’operazione che poi ha concorso a determinare il fallimento e, conseguentemente, consente, quindi, di postulare la sussistenza di un pericolo concreto, specificamente valutato ai fini dell’integrazione dell’elemento psicologico del reato in questione.

Cass., Sez. V Penale, 23 gennaio 2019, n. 3130

Fabrizio Manganiello – f.manganiello@lascalaw.com

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