La rivincita del promissario acquirente

Bancarotta fraudolenta patrimoniale: l’amministratore di diritto risponde per condotta omissiva

La responsabilità dell’amministratore di diritto, a titolo di concorso nel reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, con l’amministratore di fatto sussiste non già ed esclusivamente in virtù della posizione formale rivestita all’interno della società, ma in ragione della condotta omissiva dallo stesso posta in essere, consistente nel non avere impedito, ex art. 40, comma 2, cod. pen., l’evento che aveva l’obbligo giuridico di impedire e cioè nel mancato esercizio dei poteri di gestione della società e di controllo sull’operato dell’amministratore di fatto, connaturati alla carica rivestita.

La Corte d’Appello confermava la sentenza di condanna di primo grado in punto di penale responsabilità dell’amministratore di diritto e dell’amministratore di fatto per il reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale dovuta alla distrazione di beni e denaro della società fallita.

Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione il difensore dell’amministratore di diritto, deducendo il vizio di motivazione e sostenendo come il ricorrente avesse rivestito un ruolo meramente formale di amministratore di diritto, senza svolgere alcun tipo di ruolo gestorio posto che l’aver discusso dell’opportunità di vendere un ramo d’azienda della società fallita non può essere sintomatico di tale ruolo.

La Corte Suprema riteneva il ricorso inammissibile condannando il ricorrente al pagamento delle spese e della somma di 3.000 euro in favore della Cassa delle Ammende, sottolineando come, sulla scorta dei consolidati principi giurisprudenziali del Supremo Collegio in punto di bancarotta fraudolenta, occorre distinguere, per quel che concerne la figura dell’amministratore di diritto, tra bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale.

Mentre con riguardo a quella documentale per sottrazione o per omessa tenuta in frode ai creditori delle scritture contabili, è possibile sostenere la responsabilità del soggetto investito solo formalmente dell’amministrazione dell’impresa fallita (c.d. “testa di legno”), considerato il diretto e personale obbligo dell’amministratore di diritto di tenere e conservare le suddette scritture, non altrettanto può dirsi con riguardo all’ipotesi della distrazione, relativamente alla quale non può, nei confronti dell’amministratore di diritto, trovare automatica applicazione il principio secondo il quale, una volta accertata la presenza di determinati beni nella disponibilità dell’imprenditore fallito, il loro mancato reperimento, in assenza di adeguata giustificazione della destinazione ad essi data, legittima la presunzione della dolosa sottrazione, dal momento che la pur consapevole accettazione del ruolo di amministratore apparente non necessariamente implica la consapevolezza di disegni criminosi nutriti dall’amministratore di fatto, questo perché “sussiste la responsabilità dell’amministratore di diritto, a titolo di concorso nel reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, con l’amministratore di fatto non già ed esclusivamente in virtù della posizione formale rivestita all’interno della società, ma in ragione della condotta omissiva dallo stesso posta in essere, consistente nel non avere impedito, ex art. 40, comma 2, cod. pen., l’evento che aveva l’obbligo giuridico di impedire e cioè nel mancato esercizio dei poteri di gestione della società e di controllo sull’operato dell’amministratore di fatto, connaturati alla carica rivestita”.

In applicazione di tali principi, il Supremo Collegio ha ritenuto immune da censure la decisione con cui il giudice di merito riteneva sussistente il concorso dell’amministratore di diritto con quello di fatto in ordine al reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, rilevando che la consapevolezza delle attività distrattive e la mancata volontà di impedirle fosse dimostrata dalla circostanza che egli ricopriva tale carica quando vennero perfezionati gli atti di compravendita e che, in caso di concorso ex art. 40, comma 2, c.p., dell’amministratore di diritto nel reato commesso dall’amministratore di fatto, ad integrare il dolo del primo è sufficiente la generica consapevolezza che il secondo compia una delle condotte indicate nella norma incriminatrice, senza che sia necessario che tale consapevolezza investa i singoli episodi delittuosi, potendosi configurare l’elemento soggettivo sia come dolo diretto, che come dolo eventuale.

Cass., Sez. V Pen., 6 luglio 2020, n. 22044

Fabrizio Manganiello – f.manganiello@lascalaw.com

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