La rivincita del promissario acquirente

Bancarotta fraudolenta: l’onere probatorio è invertito

Poiché l’imprenditore ha l’obbligo di conservazione della garanzia patrimoniale ed è tenuto ad un obbligo di verità nei confronti del Curatore che è penalmente sanzionato, si verifica un apparente inversione dell’onere della prova a carico dell’amministratore della società fallita, in caso di mancato rinvenimento di beni aziendali o del loro ricavato, non essendo a tal fine sufficiente la generica asserzione per cui gli stessi sarebbero stati assorbiti dai costi gestionali, ove non documentati né precisati nel loro dettagliato ammontare

 

La Corte d’appello confermava la sentenza di primo grado che aveva provveduto a condannare l’imputato per i reati di bancarotta fraudolenta patrimoniale e bancarotta semplice documentale, per avere, in qualità di amministratore della fallita, distratto somme di denaro dalla cassa e beni strumentali e per non aver tenuto delle scritture contabili.

Ricorreva alla Suprema Corte l’imputato, tramite il proprio difensore, deducendo vizio di motivazione in punto di omessa derubricazione dei fatti nel reato di bancarotta semplice o di bancarotta preferenziale, lamentando come la Corte territoriale avesse svilito le deduzioni difensive in merito alla restituzione dei beni concessi in locazione o al rilascio di altri beni ai proprietari delle sedi operative, per compensare le morosità maturate; inoltre, gli unici creditori erano i dipendenti, e solo successivamente si era manifestata l’esistenza di creditori chirografari.

La Corte di Cassazione dichiarava detta doglianza inammissibile perché riteneva corretta l’impostazione offerta dalla Corte territoriale che aveva evidenziato la contraddittorietà delle deduzioni dell’imputato il quale avrebbe dovuto dimostrare l’impiego delle somme e dei beni strumentali, dimostrazione che non era stata fornita.

In tema di bancarotta fraudolenta, infatti, la prova della distrazione o dell’occultamento dei beni della società dichiarata fallita può essere desunta dalla mancata dimostrazione, da parte dell’amministratore, della corretta destinazione dei beni medesimi: “la responsabilità dell’imprenditore per la conservazione della garanzia patrimoniale verso i creditori e l’obbligo di verità, penalmente sanzionato, gravante ex art. 87 L. fall. sul fallito interpellato dal curatore circa la destinazione dei beni dell’impresa, giustificano l’apparente inversione dell’onere della prova a carico dell’amministratore della società fallita, in caso di mancato rinvenimento di beni aziendali o del loro ricavato, non essendo a tal fine sufficiente la generica asserzione per cui gli stessi sarebbero stati assorbiti dai costi gestionali, ove non documentati né precisati nel loro dettagliato ammontare”.

In tal senso la sentenza impugnata aveva evidenziato come, fino ad un determinato periodo di vita della fallita il conto cassa risultava negativo, indice di una mancata contabilizzazione di ricavi, mentre la contabilità successiva era risultata in ordine ed attendibile; da qui l’affermazione dell’esistenza del denaro nel conto cassa, e dunque la mancata dimostrazione della destinazione delle somme di denaro. Analogo discorso valeva per i beni strumentali, in ordine ai quali la deduzione difensiva concernente la pretesa compensazione con i debiti maturati nei confronti dei fornitori era stata ritenuta inattendibile, in quanto il valore dei beni non rinvenuti era notevolmente superiore agli importi dei debiti, e comunque l’imputato non aveva fornito indicazioni precise in ordine all’identità dei creditori, né aveva prodotto i relativi contratti, con la conseguenza che le dichiarazioni erano dunque generiche e prive di elementi di riscontro.

Cass., Sez. V, 7 aprile 2021, n. 19367

Fabrizio Manganiello – f.manganiello@lascalaw.com

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