Il gioco delle parti nella verifica dei crediti

Amministratore occasionale e bancarotta fraudolenta

Perché sia contestabile il reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale l’amministratore di fatto deve svolgere in modo continuativo e significativo attività gestoria in seno alla fallita ma tali requisiti risultano sussistenti qualora la gestione non sia episodica oppure occasionale

Corte di Cassazione, V Sezione Penale, sentenza n. 8385 del 21 Febbraio 2017

Il Tribunale di Bari investito, quale tribunale delle libertà, del riesame avverso un’ordinanza applicativa della misura custodiale degli arresti domiciliari emessa dal Giudice per le indagini preliminari territorialmente competente, confermava l’ordinanza in questione nei confronti dell’indagato raggiunto da gravi indizi di colpevolezza in ordine ai delitti di bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione e bancarotta fraudolenta documentale, nonché di bancarotta preferenziale, oggetto della contestazione provvisoria, nella sua qualità di amministratore di fatto di società dichiarata fallita.

L’indagato, tramite il proprio difensore, proponeva tempestivamente ricorso alla Suprema Corte lamentando violazione di legge, con riferimento all’art. 2639, co. 1, c.c., per avere il tribunale del riesame ritenuto il ricorrente amministratore di fatto della società fallita, laddove alla luce degli elementi raccolti nella fase investigativa, come valutati dal giudice per le indagini preliminari, alla cui motivazione il tribunale del riesame si riportava, non era possibile affermare che l’indagato, amministratore di diritto sino a circa un anno prima della dichiarazione di fallimento, abbia successivamente svolto un’attività di tipo gestorio concretizzatasi nella direzione degli affari sociali, che, secondo la giurisprudenza delle sezioni civili della Corte di Cassazione, caratterizza la figura dell’amministratore di fatto, configurandosi, piuttosto, la condotta dell’indagato, per un verso, in termini di attività meramente esecutiva, per altro verso, come esercizio delle prerogative di socio nella nomina degli amministratori e nella determinazione del relativo compenso.

Il Supremo collegio ha ritenuto di dover rigettare il ricorso segnatamente in ordine alla doglianza de qua evidenziando come l’indagato, nonostante le dimissioni dalla carica di amministratore intervenute in epoca ben precedente alla declaratoria di fallimento, abbia continuato a svolgere, come dichiarato dalle persone informate sui fatti escusse nella fase delle indagini preliminari, attività operative all’interno della fallita, tra cui spiccano per assoluto rilievo, tra le altre, la gestione delle operazioni di cassa, l’effettuazione di pagamenti, la collaborazione nell’attività più propriamente contabile con gli uffici amministrativi della società, attraverso la redazione di appunti manoscritti, sulla cui scorta venivano redatte le c.d. prime note o registrate le fatture; la determinazione del compenso da attribuire all’amministratore unico della fallita.

Le conclusioni cui è giunto il tribunale del riesame appaiono assolutamente conformi all’orientamento dominante affermatosi, al riguardo, nella giurisprudenza di legittimità, secondo cui “la nozione di amministratore di fatto, introdotta dall’art. 2639 c.c., postula l’esercizio in modo continuativo e significativo dei poteri tipici inerenti alla qualifica od alla funzione; nondimeno, significatività e continuità non comportano necessariamente l’esercizio di tutti i poteri propri dell’organo di gestione, ma richiedono l’esercizio di un’apprezzabile attività gestoria, svolta in modo non episodico o occasionale.

Ne consegue che la prova della posizione di amministratore di fatto si traduce nell’accertamento di elementi sintomatici dell’inserimento organico del soggetto con funzioni direttive – in qualsiasi fase della sequenza organizzativa, produttiva o commerciale dell’attività della società, quali sono i rapporti con i dipendenti, i fornitori o i clienti ovvero in qualunque settore gestionale di detta attività, sia esso aziendale, produttivo, amministrativo, contrattuale o disciplinare – il quale costituisce oggetto di una valutazione di fatto insindacabile in sede di legittimità, ove sostenuta (come nel caso in questione) da congrua e logica motivazione.

Fabrizio Manganiello – f.manganiello@lascalaw.com

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