A volte ritornano: il conflitto di interessi dell’amministratore di società

Bancarotta fraudolenta e recupero del bene distratto

L’eventuale recupero del bene oggetto di distrazione da parte del Curatore attraverso l’esperimento di azione revocatoria non spiega alcun rilievo sulla sussistenza dell’elemento materiale del reato di bancarotta, il quale si perfeziona al momento del distacco del bene dal patrimonio dell’imprenditore e viene a giuridica esistenza con la dichiarazione di fallimento.

Il giudice di primo grado pronunciava sentenza di condanna dell’imputato per i reati di bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale a lui ascritti nella qualità di amministratore unico prima e di liquidatore poi di società dichiarata fallita; sentenza che veniva integralmente confermata dalla Corte territoriale.

L’imputato veniva riconosciuto colpevole di aver omesso la tenuta dei libri e delle scritture contabili in pregiudizio dei creditori e di avere distratto l’azienda, venduta ad un terzo soggetto, ovvero il corrispettivo della relativa cessione.

Avverso la sentenza di conferma emessa in secondo grado l’imputato proponeva ricorso alla Suprema Corte deducendo, quale specifico motivo di doglianza, vizio di motivazione sulla ritenuta sussistenza della condotta di distrazione dell’azienda. Secondo la ricostruzione difensiva l’imputato, una volta cessata l’attività, aveva venduto il compendio aziendale per atto pubblico notarile risalente ad oltre due anni prima rispetto alla data del fallimento. Era stata prevista una clausola risolutiva espressa nel caso di inadempimento dell’acquirente, che aveva consegnato 75 effetti cambiari a garanzia del pagamento. Il ricorrente lamentava come nessuna iniziativa sarebbe stata adottata dalla curatela per il conseguimento del pagamento del prezzo, né per il recupero del bene attraverso l’esercizio di un’azione revocatoria. Secondo la ricostruzione difensiva il pregiudizio alla massa creditoria sarebbe quindi imputabile all’inerzia degli organi fallimentari, che avevano a disposizione gli strumenti giuridici per evitare il danno.

Secondo la ricostruzione dei giudici di merito, lo stesso imputato, sentito sul punto dal curatore fallimentare, aveva affermato che la società aveva incassato integralmente il corrispettivo, avendo incamerato le cambiali che successivamente erano state girate ai creditori sociali.

Sempre secondo i giudici di merito di tale destinazione, però, non vi era traccia e l’entità del passivo fallimentare attestava che nessun creditore societario era stato soddisfatto.

Il Supremo collegio riteneva di dover rigettare il ricorso e condannare il ricorrente al pagamento delle spese processuali sul presupposto che, ai fini della sussistenza del reato, “sono irrilevanti le determinazioni del curatore in merito all’esercizio o meno delle azioni di recupero. Invero l’eventuale recupero del bene distratto a seguito di azione revocatoria non spiega alcun rilievo sulla sussistenza dell’elemento materiale del reato di bancarotta, il quale – perfezionatosi al momento del distacco del bene dal patrimonio dell’imprenditore – viene a giuridica esistenza con la dichiarazione di fallimento; mentre il recupero della “res” rappresenta solo un “posterius” – equiparabile alla restituzione della refurtiva dopo la consumazione del furto – avendo il legislatore inteso colpire la manovra diretta alla sottrazione, con la conseguenza che è tutelata anche la mera possibilità di danno per i creditori.”. L’imputato è stato ritenuto responsabile della condotta illecita in quanto amministratore della società fallita sin dalla sua costituzione e poi liquidatore fino alla data del fallimento. Egli è l’autore materiale della distrazione per aver stipulato il contratto di cessione di azienda, aver incamerato le cambiali, conferendo ai titoli di credito una destinazione sconosciuta, rendendo ininfluente e giuridicamente irrilevante la supposta inerzia della Curatela.

Cass., Sez. V, 27 gennaio 2021, n. 5921

Fabrizio Manganiello – f.manganiello@lascalaw.com

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