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Banca in lca: il divieto delle azioni e le sue eccezioni

Si segnala una recente sentenza del Tribunale di Venezia che ha affrontato il tema della liquidazione coatta amministrativa di una banca (nel caso di specie la Banca Popolare di Vicenza) e delle azioni esperibili contro la stessa.

Nella sentenza sopra citata viene espressamente richiamata la disciplina contenuta nell’art. 83 comma 3 del Testo Unico Bancario, in forza del quale dalla data di insediamento degli organi liquidatori, salvo quanto disposto dagli artt. 87, 88, 89 e 92 comma 3, contro la banca in liquidazione coatta amministrativa non può essere promossa o proseguita alcuna azione. Si tratta chiaramente di una disposizione più ampia rispetto a quella dell’art. 51 della legge fallimentare, che si riferisce soltanto alle azioni esecutive e cautelari sui beni compresi nel fallimento.

Il divieto delle azioni nella liquidazione coatta amministrativa viene confermato anche dalla giurisprudenza della Cassazione, secondo la quale, con la liquidazione coatta amministrativa di una società si determina, per un verso, la perdita della capacità (anche) processuale degli organi societari e, per altro verso, la temporanea improcedibilità della domanda azionata in sede di cognizione ordinaria, rilevabile anche d’ufficio e pure nella fase di cassazione (cfr. Cassazione, 20 marzo 2017 n. 7037).

La ratio di tale divieto è quella di demandare al giudice della procedura liquidatoria l’accertamento delle poste di credito vantate nei confronti della liquidazione, nel rispetto della par condicio creditorum. Il medesimo principio, come visto, lo troviamo anche nel fallimento.

L’improponibilità o l’improseguibilità delle domande verso la liquidazione coatta amministrativa dell’impresa bancaria riguarda tutte le domande che sono funzionali all’accertamento di un credito verso l’impresa in liquidazione, che incidono sull’accertamento del passivo.

Il Tribunale di Venezia evidenzia, inoltre, che il divieto di cui sopra trova alcune eccezioni, in primo luogo per quelle domande che non sono finalizzate all’accertamento di un credito, bensì alla liberazione da un’obbligazione della banca, come, ad esempio, le domande di nullità, annullamento o risoluzione di un contratto.

In particolare, sono tre i principi che possiamo ricavare dalla sentenza in commento:

«Sono escluse dalle regole concorsuali le domande, proposte nei confronti di una banca posta in l.c.a., volte ad ottenere l’accertamento negativo del credito dell’istituto bancario il cui titolo è costituito fondamentalmente dal finanziamento oggetto di contestazione; esse sono dunque in ragione di ciò procedibili. Su tali domande sussiste la competenza della Sezione Specializzata e non del Tribunale Fallimentare».

«La regola del concorso non trova applicazione quando la domanda abbia finalità estranea alla partecipazione al concorso stesso o quando essa non sia strumentale all’ammissione al passivo del credito che ne discende ma sia volta ad ottenere ulteriori declaratorie che esorbitano dai poteri e/o dalla competenza del Fallimento o della procedura di l.c.a. e che la parte non può in alcun modo ottenere dalla procedura stessa: tra esse in primis le domande finalizzate a provocare la liberazione della parte dagli obblighi contrattuali verso il Fallimento o la impresa in l.c.a. posto che la relativa declaratoria non può essere ottenuta nell’ambito della procedura».

«Sono invero escluse dalle regole dell’accertamento concorsuale e della formazione dello stato passivo tutte le domande di accertamento o costitutive, ovvero le domande di annullamento, di simulazione o risoluzione, quando dirette non a far valere crediti risarcitori o restitutori, ma semplicemente qualora esse siano dirette solo o anche a conseguire la liberazione da un obbligo assunto verso l’impresa sottoposta alla liquidazione coatta».

Trib. Venezia, 27 maggio 2020 n. 838

Riccardo Cammarata – r.cammarata@lascalaw.com

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