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Azzeramento e ricostituzione del capitale sociale: il socio estromesso si può difendere!

Con sentenza n. 26773 del 21 ottobre 2019, la Suprema Corte ribadisce la sussistenza della legittimazione attiva del socio estromesso dal capitale sociale ad impugnare la delibera illegittima dalla quale è conseguita la perdita della sua qualità di socio.

Il caso affrontato origina dall’impugnazione da parte di un ex socio di una società a responsabilità limitata di una delibera assembleare con la quale, in ragione della perdita di oltre un terzo del capitale sociale e della riduzione di quest’ultimo al di sotto del limite legale, si era deliberato di azzerare il capitale sociale e di ricostituirlo mediante contestuale aumento. Il socio, escluso dalla compagine sociale per via della predetta delibera non avendo egli partecipato alla ricostituzione del capitale sociale, impugnava la delibera (i) per violazione dell’articolo 2481 c.c., che vieta di aumentare il capitale sociale se tutte le quote già sottoscritte non siano state interamente liberate, nonché (ii) per violazione del diritto di opzione spettante ai soci, avendo la delibera impugnata subordinato la sottoscrizione del capitale ricostituito all’effettuazione di alcuni versamenti deliberati in una precedente assemblea tenutasi nel 2016.

La società convenuta si costituiva eccependo innanzitutto la carenza di legittimazione attiva del socio estromesso, il quale, a dire della società, non facendo più parte della compagine sociale non poteva più impugnare le delibere assembleari sulla scorta di quanto previsto dall’art. 2479ter c.c., il quale sancisce che le decisioni dei soci possono essere impugnate solamente dai soci che non vi hanno consentito, dagli amministratori o dai sindaci. Andrà poi senz’altro ricordato che l’art. 2378 c.c., applicabile in forza di espresso richiamo da parte dell’art. 2479ter c.c., rafforza ulteriormente tale principio, prevedendo che, se nel corso del procedimento di impugnazione il socio impugnante perde la titolarità della sua partecipazione, il giudice non potrà pronunciare l’annullamento della delibera impugnata ma solamente, se del caso, pronunciare in merito al risarcimento del danno spettante all’impugnante che ha cessato di essere socio.

Tralasciando i profili di merito relativi all’impugnazione della delibera, di sicuro interesse ma sui quali la Corte non si è pronunciata, la sentenza in commento appare senz’altro rilevante nel capo in cui precisa che “la perdita della qualità di socio in capo a chi non abbia sottoscritto la propria quota di ricostituzione del capitale sociale lascia permanere la legittimazione ad esperire l’azione di annullamento e di nullità della deliberazione assembleare adottata ex art. 2447 o 2482 c.c., in quanto sarebbe logicamente incongruo, oltre che in contrasto con il principio di cui all’art. 24 Cost., comma 1, ritenere come causa del difetto di legittimazione proprio quel fatto che l’istante assume essere contra legem e di cui vorrebbe vedere eliminati gli effetti”.

La sentenza si rifà certamente ai principi già enunciati dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 2189/2013, ampliandone tuttavia l’applicabilità anche ai casi di annullabilità della delibera e non solo ai casi di nullità, così ribadendo un principio generale già enunciato in sentenze più datate (come Cass. n. 26842/2008) secondo il quale sussiste sempre la legittimazione attiva dell’impugnante laddove l’annullamento della deliberazione può condurre al ripristino della qualità di socio dell’attore. Tale principio appare di portata generale e, dunque, estendibile a tutti i casi in cui la delibera nulla o annullabile provochi l’estromissione del socio dalla compagine sociale. È da sottolineare che, seppure da un punto di vista logico tale estensione applicativa parrebbe scontata, sotto un profilo strettamente giuridico il principio giurisprudenziale enunciato assume decisiva importanza stante la diversa configurazione della legittimazione ad agire nei due casi di nullità ed annullabilità delle delibere: nel primo è legittimato chiunque vi abbia interesse, nel secondo l’impugnante deve essere socio, amministratore o sindaco della società al momento dell’impugnazione e per tutta la durata del procedimento.

La giurisprudenza ritiene dunque sussistere, con una lettura costituzionalmente orientata delle disposizioni del codice civile, la legittimazione attiva “speciale” in capo al socio estromesso dalla società mediante una delibera annullabile.

Fabio Dalmasso – f.dalmasso@lascalaw.com

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