A volte ritornano: il conflitto di interessi dell’amministratore di società

Azioni pignorate, vendita diritti di opzione e spettanza al debitore pignoratizio del relativo ricavato

Il pegno di azioni non si estende al ricavato della vendita di diritti di opzione, spettante al socio debitore libero da vincoli reali.

Questo è il principio sancito, nella sentenza in commento, dal Tribunale di Milano, chiamato ad esprimersi sull’opposizione avverso un decreto ingiuntivo, ottenuto da un debitore pignoratizio per un importo corrispondente alla somma ricavata dalla vendita dei diritti di opzione, dallo stesso non esercitati e trattenuta dal suo creditore pignoratizio.

Nello specifico, quest’ultimo – depositario delle azioni pignorate – proponeva opposizione sostenendo, tra l’altro, che il pegno si era esteso automaticamente alla somma così ricavata in forza del disposto di una clausola di cui ai contratti di pegno che, quale espressione del principio generale ex art. 2791 Cod. Civ., prevedeva l’estensione del pegno ai frutti della res oggetto della garanzia reale.

Il debitore pignoratizio, dal canto suo, replicava precisando come dalla nuova disciplina dell’art. 2352 Cod. Civ. si desuma la volontà del legislatore di attribuire al socio debitore il corrispettivo dell’alienazione dell’opzione, al quale, quindi, non si estenderebbe il pegno.

Tale ultima argomentazione è quella condivisa dai giudici meneghini.

Questi ultimi, infatti, pur ricordando come esistano orientamenti contrapposti in dottrina circa l’interpretazione della richiamata norma, in quanto la stessa non prevede disposizioni espresse circa la sorte della garanzia in caso di vendita di diritti dei opzione, ritengono tuttavia che l’espressione “per suo conto”,  contenuta nel comma 2 dell’art. 2352 Cod. Civ., riferita al socio debitore pignoratizio, sia indice del fatto che l’alienazione del diritto di opzione deve essere effettuata nell’interesse del socio debitore e titolare del diritto di opzione, non a vantaggio del creditore pignoratizio, il quale – peraltro – non necessariamente vedrebbe diminuita la sua garanzia, ma che comunque, in tal caso, potrebbe avvalersi dei rimedi generali (art. 2743 c.c.).

Tribunale di Milano, Sez. VI, 26 marzo 2016, n. 3887 (leggi la sentenza)

Giada Salvini – g.salvini@lascalaw.com

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