Crisi e procedure concorsuali

Azione di risoluzione ex art. 186 l.f.

Tribunale di Ravenna, 7 giugno 2012 

Massima non ufficiale: “il “grave pregiudizio” previsto dall’art. 186, legge fallimentare è sia presupposto sostanziale per l’accoglimento della domanda sia presupposto di ammissibilità dell’istanza, in quanto si traduce in una doppia verifica: a) che il grave pregiudizio sia affermato ed effettivamente subito da chi agisce per la risoluzione del concordato, la cui qualità di creditore è oggetto di indagine incidentale ai soli fini della legittimazione ad agire (c.d. prius); b) che un detto pregiudizio riguardi in modo esiziale le stesse obbligazioni discendenti dall’omologazione del concordato, nel senso che deve riflettersi sull’equilibrio e sul fondamento dell’impianto obbligatorio così come ridisegnato dall’accettazione e successiva omologa del concordato (c.d. posterius)” (leggi sentenza per esteso).

Con sentenza del 7 giugno 2012 il Tribunale di Ravenna, nel pronunciarsi sull’istanza del creditore di cui all’art. 186 l.f., ha affontato alcune importanti questioni di diritto relative alla legittimazione attiva del creditore istante.

Innanzitutto, il Tribunale ha precisato che, affinché il creditore possa considerarsi legittimato a proporre tale azione, non è necessario un accertamento definitivo del suo credito essendo sufficiente una semplice valutazione di sussistenza della sua posizione creditoria.

Inoltre, il Tribunale ha affermato che, perché ricorra la legittimazione del ricorrente all’esperimento dell’azione in oggetto, lo stesso deve aver subito un “grave pregiudizio” (concetto che si ricava a contrariis dall’art. 186, comma 2, l.f., secondo il quale “il concordato non si può risolvere se l’inadempimento ha scarsa importanza”).

Tale pregiudizio costituisce sia il presupposto sostanziale per l’accoglimento della domanda, nel senso che è necessario che sia affermato ed effettivamente subito da chi agisce per la risoluzione del concordato (non bastando che l’istante si limiti a prospettare un possibile depauperamento del ceto creditorio) sia il presupposto di ammissibilità dell’istanza, nel senso che deve riguardare in modo esiziale le obbligazioni discendenti dall’omologazione del concordato.

Infine, nella pronuncia in esame, si è rilevato come, se da un lato, l’art. 186, comma 2, l.f. contiene un esplicito riferimento alla categoria del “grave inadempimento” nel senso sotteso all’art. 1455 c.c., dall’altro, il mancato richiamo nell’art. 186 l.f. dell’inciso finale della norma codicistica esclude ogni necessità di indagine circa le componenti soggettive dell’inadempimento (quali colpa, imputazione e interesse soggettivo), rilevando solamente la dimensione oggettiva dell’inadempimento, ossia il grado di distonia fra l’adempimento promesso e la possibilità concreta di soddisfare i creditori.

Nel caso di specie, ricorrendo i presupposti di cui sopra, il Tribunale di Ravenna ha pronunciato la risoluzione del concordato preventivo e contestualmente, con separata sentenza, il fallimento dell’impresa.

(Martina Pedrazzoli – m.pedrazzoli@lascalaw.com)

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