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Azione di responsabilità contro gli amministratori: il parametro della diligenza

Cass., 27 dicembre 2013,  Sez. I, n. 28669 (leggi la sentenza per esteso)

Con la sentenza del 27 dicembre 2013 n. 28669, la Corte di Cassazione torna a pronunciarsi in ordine ad una vexata questio, sebbene oggi si possa rinvenire comunque un orientamento sufficientemente consolidato e pacifico della giurisprudenza. Nello specifico viene affrontata la problematica relativa alla valutazione del parametro “diligenza” in ordine alla sussistenza della responsabilità degli amministratori per negligenza, imperizia, imprudenza.

Come appena accennato, conformemente ad un orientamento già fortemente consolidato, la Suprema Corte ha ribadito che il parametro della “diligenza” e della sua conseguente valutazione in ordine alla sussistenza della responsabilità in capo agli amministratori per negligenza e\o imperizia, rappresenta un canone standard di valutazione basato sulla figura di cui all’articolo 1176 co.1 c.c. (“il buon padre di famiglia”).

Sulla base di questo primo assunto, dunque, viene puntualizzato che gli obblighi gravanti sugli amministratori, possono essere rapportati a due grandi genus: gli obblighi generali, cioè quelli derivanti dalla legge o dall’atto costitutivo e che impongono quanto meno il rispetto delle norme interne di organizzazione e della volontà della società; gli obblighi specifici, cioè quelli derivanti da clausole generali (quale appunto è quello di amministrare con diligenza o senza conflitto di interessi ad esempio). La differenza in termini processuali si concretizza in ciò: mentre negli obblighi specifici è sufficiente provare la mera violazione della normale diligenza conformemente all’accezione fornita in precedenza, negli obblighi generali, invece, l’amministratore potrà liberarsi solo ed esclusivamente se riuscirà a provare la circostanza di cui all’art. 1218 c.c. (inadempimento per causa non imputabile).

Inoltre la Corte ha specificato anche la matrice contrattuale di siffatta responsabilità che ha come conseguenza naturale il fatto che spetti al danneggiato la prova del danno e del nesso di causalità rispetto al comportamento negligente tenuto dall’amministratore quale violazione del dovere di lealtà e di agire con diligenza.

In virtù di ciò, la Suprema Corte ha ritenuto che il giudice, fermo restando l’insindacabilità delle scelte manageriali di merito, deve valutare l’eventuale violazione del divieto di diligenza in relazione ai normali criteri che dovrebbero ispirare l’operatore economico: liceità, razionalità, congruità, attenzione.

9 gennaio 2014

(Franco Pizzabiocca – f.pizzabiocca@lascalaw.com)

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