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Autoriciclaggio: un primo intervento interpretativo della Suprema Corte

Per la sussistenza del delitto di autoriciclaggio è necessario un ostacolo concreto all’identificazione della provenienza delittuosa di beni che vengono impiegati in un’attività di natura latu sensu imprenditoriale.

Il Tribunale del Riesame di Torino aveva rigettato l’appello proposto dal Procuratore della Repubblica avverso ordinanza in materia cautelare personale emessa dal G.I.P. del capoluogo piemontese che aveva rigettato la richiesta di misura custodiale in punto di autoriciclaggio; l’ipotesi accusatoria riteneva possibile configurare il delitto di cui all’art. 648 ter1 c.p. in ordine alla condotta degli indagati consistita nell’avere depositato il provento di un furto in una carta prepagata intestata ad uno degli indagati medesimi.

Avverso tale provvedimento proponeva ricorso per Cassazione il Procuratore della Repubblica chiedendo l’annullamento con rinvio dell’ordinanza, perché errata in punto di qualificazione giuridica del fatto, posto che la condotta costituiva autoriciclaggio perché tipica attività economica o finanziaria, senza che rilevasse l’entità della somma impiegata ovvero l’assenza del fine di lucro.

I Giudici di legittimità ritenevano infondato il ricorso e provvedevano al rigetto dello stesso per un duplice ordine di motivi. In primo luogo non sussiste attività economica o finanziaria nel mero deposito di una somma su una carta di debito prepagata in quanto l’attività economica, per il riferimento che ne fa il codice civile all’art. 2082, è quell’attività finalizzata alla produzione di beni o alla fornitura di servizi, mentre quella finanziaria è, secondo il riferimento che può ricavarsi dall’art. 106 del Testo Unico in materia bancaria e creditizia, ogni attività rientrante nella gestione del risparmio ed individuazione degli strumenti per la realizzazione di tale scopo.

In secondo luogo la norma in questione, prevedendo la condotta di chi ostacola “concretamente” l’identificazione delittuosa die beni provenienti dal reato presupposto, richiede che “la condotta sia dotata di una particolare capacità dissimulatoria” che non può ravvisarsi nella condotta dell’indagato che versa la somma oggetto di furto da lui commesso su una carta prepagata sempre a lui intestata.

Secondo il Supremo Collegio, infatti, il legislatore, con il delitto di nuovo conio ha inteso limitare “la rilevanza penale delle condotte ai soli casi di sostituzione che avvengano attraverso la re-immissione nel circuito economico-finanziario ovvero imprenditoriale del denaro o dei beni di provenienza illecita finalizzate appunto ad ottenere un concreto effetto dissimulatorio che costituisce quel quid pluris che differenzia la semplice condotta di godimento personale (non punibile) da quella di nascondimento del profitto illecito (e perciò punibile).”.

Cass., II Sez. Pen., 14 ottobre 2016, n. 33074 

Fabrizio Manganiellof.manganiello@lascalaw.com

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