A volte ritornano: il conflitto di interessi dell’amministratore di società

Autoriciclaggio: è sufficiente un bonifico sui conti correnti della società

Il bonifico delle somme frutto della commissione di delitti sui conti correnti di società, per di più di diritto estero, integra la condotta di autoriciclaggio posto che la società svolge, per definizione un’attività commerciale anche se questa poi non viene effettivamente svolta, ed i conti correnti sono di per sé produttivi di interessi.

La corte territoriale riformava parzialmente -e solo in punto di trattamento sanzionatorio- la sentenza del giudice di prime cure in ordine a diverse contestazioni tra cui quella di autoriciclaggio.

Secondo l’imputazione, il ricorrente ed altri indagati avevano costituito una associazione per delinquere finalizzata alla commissione di una serie di reati fiscali il cui provento era investito in società estere, servendosi anche di prestanome.

L’imputato presentava alla Suprema Corte un unico motivo di doglianza con cui lamentava la mancanza degli elementi costitutivi del reato di autoriciclaggio, costituiti dal reimpiego delle somme di provenienza illecita in attività imprenditoriali (posto che le società estere erano inesistenti) e dalle modalità della condotta, mancanti del requisito della concretezza quanto all’attività volta ad ostacolare l’identificazione della provenienza delittuosa dei beni, posto che il ricorrente si sarebbe limitato al versamento di parte del danaro di illecita provenienza su conti correnti esteri attuando una semplice “monetizzazione” del danaro medesimo.

La Corte non riteneva il ricorso meritevole di accoglimento.

La condotta principale oggetto di contestazione al ricorrente consiste nella costituzione, unitamente ad altri correi, di una associazione criminale che aveva provveduto ad aprire all’estero delle società in favore delle quali erano stati effettuati bonifici con somme di danaro provenienti dai numerosi reati di violazione fiscale oggetto di imputazione e di condanna. Dopo il bonifico sui conti correnti di dette società, il ricorrente ed altri soci si recavano oltre confine, prelevavano ingenti somme di danaro dai conti correnti delle medesime società e rientravano in Italia con il contante così ripulito.

La condotta punita dall’autoriciclaggio si caratterizza per un’attività economica, finanziaria, imprenditoriale o speculativa declinata nell’impiego, la sostituzione, il trasferimento di danaro, beni o altre utilità di provenienza illecita, avente, come unico limite negativo, la mera utilizzazione o il godimento personale die beni di provenienza illecita.

Proprio l’utilizzo di termini così generici ed omnicomprensivi di qualsiasi tipo di attività economica deve, secondo il Supremo Collegio, far propendere per la punibilità della condotta consistente nell’aprire una società ed il relativo conto corrente bancario. Questo sia perché un conto corrente bancario, essendo produttivo di interessi, non può rientrare nelle categorie di “mera utilizzazione” e “godimento personale” che escludono la punibilità, sia perché la società, per sua stessa natura, è un soggetto giuridico che viene costituito al fine di svolgere un’attività economica, secondo la nozione generale di cui all’art. 2247 cod. civ. ed il ricorrente non ha documentato né dedotto che tale nozione non fosse riferibile anche alle società estere in questione. Trattandosi di soggetto giuridico diverso dalle persone fisiche che la compongono o la rappresentano, le attività economiche o finanziarie da essa svolte – in ipotesi anche la mera tenuta di conti correnti bancari con la gestione dei relativi utili – non potrebbero mai essere qualificate come “mera utilizzazione” o “godimento personale” del soggetto fisico autore del reato presupposto.

Il bonifico di danaro verso i conti correnti di una società realizza, pertanto, di per sé, una operazione di rilevanza economica e finanziaria, indipendentemente dalla circostanza che la società fosse o meno operativa nel ramo imprenditoriale costituente il suo oggetto sociale, accertamento che non si rivela necessario ai fini della integrazione del reato.”.

Occorre poi ricordare che, in tema di autoriciclaggio, è configurabile una condotta dissimulatoria allorché, successivamente alla consumazione del delitto presupposto, il reinvestimento del profitto illecito in attività economiche, finanziarie o speculative sia attuato attraverso la sua intestazione ad un terzo, persona fisica ovvero società di persone o capitali, poiché, mutando la titolarità giuridica del profitto illecito, la sua apprensione non è più immediata e richiede la ricerca ed individuazione del successivo trasferimento avvenuto, per di più nel caso di specie, sui conti correnti di società situate all’estero.

Ne conseguiva il rigetto del ricorso presentato dal ricorrente e la sua condanna al pagamento delle spese processuali.

Cass., Sez. II, 1 dicembre 2020, n. 37932

Fabrizio Manganiello – f.manganiello@lascalaw.com

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