La rivincita del promissario acquirente

Autoriciclaggio: si consolida il principio giurisprudenziale dell’idoneità ex ante

Nell’analizzare la condotta del reato in argomento il supremo Collegio conferma il neonato principio giurisprudenziale secondo cui l’interprete, postosi nel momento in cui la condotta è posta in essere, deve verificare, sulla base di precisi elementi di fatto, se in quel momento l’attività aveva l’astratta idoneità dissimulatoria richiesta dal paradigma sanzionatorio e questo indipendentemente dagli accertamenti successivi e dal disvelamento della condotta illecita che non costituisce mai automatica emersione di una condizione di non punibilità per effetto del difetto di concreta capacità decettiva.

Il Tribunale della libertà territoriale, con propria ordinanza, respingeva l’istanza di riesame avanzata dall’indagato avverso l’ordinanza di applicazione degli arresti domiciliari emessa dal G.I.P. del tribunale medesimo, in relazione a varie ipotesi di contraffazione di prodotti registrati ed autoriciclaggio. Assumeva il Tribunale che l’indagato, in concorso con altri soggetti, aveva creato e commercializzato prodotti con segni contraffatti di note marche di abbigliamento reinvestendo i profitti illeciti di tale attività nelle stesse aziende di produzione e commercializzazione.

L’indagato, tramite i propri difensori, proponeva ricorso per cassazione avverso detta ordinanza deducendo, tra gli altri motivi, violazione dell’art. 606 lett. b) c.p.p. quanto alla identificazione della condotta dissimulatoria ed alla errata determinazione del profitto sequestrabile ritenuto coincidente con quello del reato presupposto.

In relazione a tale doglianza il supremo Collegio, nel dichiarare infondato il ricorso, sottolinea come sul tema della identificazione della concreta capacità dissimulatoria della condotta punibile a titolo di auto riciclaggio la Corte stessa avesse già affermato, con una precedente pronuncia, che le valutazioni del caso debbono essere orientate da un criterio ex ante; è persino ovvio, infatti, che nel momento in cui in qualunque contesto di indagine sia identificata un’operazione finanziaria o imprenditoriale sospetta, si abbia “riemersione” dell’attività di occultamento, senza tuttavia che questo possa escludere, a posteriori, il requisito della concretezza, a meno di non voler ritenere che l’art. 648 ter I c.p. prefiguri un’incriminazione impossibile.

L’intervenuta identificazione delle operazioni di dissimulazione del denaro o del bene illecito, frutto della consumazione del delitto presupposto da parte dello stesso autore di detto reato, non escludono la punibilità della condotta perché prive di “concreta” capacità decettiva; una tale interpretazione radicale finirebbe per escludere la punibilità di qualsiasi condotta per il solo fatto della successiva verificazione e ricostruzione della stessa e comporterebbe l’assurda conseguenza di dovere affermare la non applicabilità della norma penale di cui all’art. 648 ter1 c.p. a qualsiasi fatto accertato.
Il criterio da seguire è pertanto quello della idoneità ex ante della condotta posta in essere a costituire ostacolo all’identificazione della provenienza delittuosa del bene; e ciò significa che l’interprete, postosi al momento di effettuazione della condotta, deve verificare sulla base di precisi elementi di fatto se in quel momento l’attività aveva tale astratta idoneità dissimulatoria e ciò indipendentemente dagli accertamenti successivi e dal disvelamento della condotta illecita che non costituisce mai automatica emersione di una condizione di non punibilità per effetto del difetto di concreta capacità decettiva.

Quando, come nel caso di specie, si verifica la modifica della formale intestazione del bene di origine delittuosa, si deve registrare una condotta di sostituzione del proprietario o utilizzatore del bene idonea ad ostacolare l’origine illecita dello stesso e si profila, pertanto, un’ipotesi fattuale certamente punibile. In tali casi viene anche aggredito il bene giuridico protetto della norma incriminatrice dell’autoricicilaggio che è proprio l’ordine pubblico economico poiché attraverso il reimpiego del profitto illecito, nella specie capitali ricavati da attività aziendali di contraffazione di prodotti di abbigliamento, si viene a rifinanziare un’impresa che altera il corretto meccanismo del mercato e della libera concorrenza.

Cass., III Sez. Pen., 27 febbraio 2019, n. 16163 

Fabrizio Manganiello – f.manganiello@lascalaw.com

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