Omessa dichiarazione: per la punibilità del prestanome è necessario che questi persegua il dolo specifico

Autoriciclaggio, non è integrato dalla sola consumazione del delitto presupposto

La condotta punibile a titolo di autoriciclaggio richiede la concreta attitudine ad impedire la identificazione dell’origine delittuosa di un bene e non può identificarsi nella semplice utilizzazione di un bene distratto dal fallimento occorrendo un quid pluris denotante l’attitudine simulatoria.

Il Tribunale della Libertà provvedeva, con ordinanza, ad annullare il sequestro per equivalente disposto dal giudice per le indagini preliminari (GIP) presso il medesimo Tribunale per il delitto di autoriciclaggio ritenendo in tal modo di accogliere il riesame reale proposto dagli indagati, in quanto riteneva che nelle attività oggetto di contestazione (affitto e cessione di azienda oggetto materiale del reato di bancarotta) non fossero ravvisabili elementi decettivi concretamente idonei ad ostacolare la provenienza delittuosa dei beni.

Avverso tale ordinanza proponeva ricorso per cassazione il procuratore della Repubblica presso il Tribunale locale deducendo violazione dell’art. 606 lett. b) ed e) c.p.p., erronea applicazione della legge penale e difetto di motivazione con riguardo alla ritenuta insussistenza dell’ipotesi di autoriciclaggio di cui all’art. 648 ter1 c.p.; in particolare, si esponeva che gli indagati avevano posto in essere nel tempo diverse attività chiaramente dirette a svuotare il patrimonio della società successivamente dichiarata fallita, attraverso diverse cessioni, in affitto e in vendita, di ramo d’azienda di pertinenza della predetta. Secondo la doglianza della Pubblica Accusa, si trattava di cessioni che erano state simulate al fine di sottrarre l’intera azienda alla società poi dichiarata fallita e risultata priva di cespiti e crediti attraverso operazioni di reimpiego nel circuito economico che sicuramente integrano l’ipotesi di cui all’art. 648ter1 c.p. posto che dopo la distrazione dei beni sociali gli stessi erano stati impiegati per il conseguimento di contratti remunerativi in ambito pubblico tutti aggiudicati utilizzando il ramo d’azienda trasferito. Era, pertanto, da ritenersi integrato il requisito della concreta capacità dissimulatoria delle condotte da valutarsi sempre con giudizio ex ante e non anche sulla base di un giudizio a posteriori a meno di volere ritenere che la norma prefiguri una incriminazione impossibile così che nessuna rilevanza assumeva la circostanza dell’avvenuta stipula con atto pubblico dei contratti di affitto/vendita.

Con il proprio scritto difensivo, gli indagati obbiettavano che la condotta punibile a titolo di auto riciclaggio richiede la concreta attitudine ad impedire l’identificazione dell’origine delittuosa di un bene e non può identificarsi nella semplice utilizzazione di un bene distratto dal fallimento occorrendo un quid pluris denotante l’attitudine simulatoria.

La Suprema Corte giudicava il ricorso infondato. La concessione in affitto del ramo d’azienda costituisce indubbiamente atto distrattivo del patrimonio sociale divenuto punibile a seguito della declaratoria di fallimento, ma non integra allo stesso tempo la condotta illecita di autoriciclaggio perché la punibilità di quest’ultimo richiede il compimento di ulteriori atti diretti alla dissimulazione dell’oggetto materiale del reato. “ai fini di evitare la doppia punibilità della medesima condotta infatti il legislatore con la introduzione della fattispecie di cui all’art. 648ter 1 c.p. ha chiesto che a seguito della consumazione del delitto presupposto vengano poste in essere ulteriori condotte aventi natura decettive peraltro solo costituite da impiego in attività economiche o finanziarie. La sola consumazione del delitto presupposto non integra ex se anche la diversa ipotesi dell’autoriciclaggio e quindi l’atto distrattivo non può integrare allo stesso tempo bancarotta per distrazione e autoriciclaggio”.

Cass., Sez. II Penale, 04 luglio 2019, n. 38838

Fabrizio Manganiello – f.manganiello@lascalaw.com

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