Autoriciclaggio: l’extraneus non ne risponde

Autoriciclaggio: le scommesse non rientrano nelle attività speculative

Non può rientrare nel novero delle attività speculative punite dal delitto di nuovo conio l’attività della scommessa, segnatamente della puntata al gioco del lotto, posto che l’attività in questione non risulta essere connotata da scelte di ordine razionale, ma votata alla pura casualità dove il soggetto agente, con lo scopo di aumentare la somma di partenza (lecita o illecita che sia) decide di affidarsi alla sorte. 

Il Tribunale territoriale, adito con richiesta di riesame ex art. 324 c.p.p., annullava con ordinanza, per difetto del fumus commissi delicti, il decreto di sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente ex art. 648-quater c.p. delle somme provento del delitto di autoriciclaggio Il Tribunale ha infatti ritenuto che la condotta contestata all’indagato, consistente in ingenti puntate al gioco del lotto impiegando le somme costituenti il provento dei delitti di truffa ed appropriazione indebita da lui commessi, non potesse essere annoverata tra le attività “speculative” punibili ai sensi dell’art. 648-ter.1 c.p.

Ricorreva il Procuratore della Repubblica presso il predetto Tribunale deducendo inosservanza ed erronea applicazione del predetto articolo del codice penale. Si censura la mancata inclusione dell’attività contestata all’indagato tra quelle “speculative” previste e punite dall’art. 648-ter.1, perché anche nel gioco il denaro viene impiegato “con scelte e modalità razionali e governate da criteri, che il giocatore-investitore ha individuato secondo competenze e ragione”. Si osserva altresì che il tratto distintivo tra investimento finanziario e giocata è un quid esterno alla condotta, ovvero il rapporto tra la condotta ed il risultato (che nel gioco è costituito dall’alea). Nessuna differenza tra le due azioni, secondo il ricorrente, può essere apprezzata quando il patrimonio messo a rischio dalla condotta è di provenienza illecita, perché le conseguenze dell’alea non si ripercuotono in alcun modo sull’agente: d’altra parte, “l’immissione del danaro-provento delittuoso nel sistema del gioco è un modo per ostacolare la tracciabilità delle ricchezze, oscurando la ricostruzione del percorso delle somme e, in aggiunta, un modo per ottenere l’azzeramento del rischio giuridicamente ed economicamente lecito in capo al giocatore

Secondo il Supremo Collegio, nella valutazione dell’odierno ricorso, assume una decisiva rilevanza un dato che la dottrina ha immediatamente posto in rilievo, sia pure con varietà di accenti, all’entrata in vigore del nuovo delitto di autoriciclaggio: la netta differenza strutturale rispetto al reato di cui all’art. 648-bis, anche – se non soprattutto – quanto alla individuazione della condotta punibile.

Il nuovo art. 648-ter.1 c.p. si caratterizza, rispetto alla norma incriminatrice del riciclaggio, per la significativa selezione delle condotte punibili. Per un verso, infatti, la nuova disposizione non contiene il riferimento – finale e, per così dire, onnicomprensivo – alle “altre operazioni” idonee ad ostacolare la provenienza delittuosa dei beni oggetto delle operazioni stesse, che assumono autonomo rilievo penale, nell’art. 648-bis. c.p., accanto alle condotte di sostituzione e di trasferimento. Per altro verso, le condotte di impiego, sostituzione o trasferimento dei beni di provenienza delittuosa, compiute dall’autore del reato presupposto, assumono rilevanza penale, ai sensi del nuovo art. 648-ter.1, solo se poste in essere “in attività economiche, finanziarie, imprenditoriali o speculative”, e solo se in grado di ostacolare la provenienza delittuosa dei beni stessi: requisito, quest’ultimo, che rispetto al riciclaggio presenta connotazioni rafforzare dall’avverbio “concretamente”.

La valutazione della configurabilità del fumus del delitto di autoriciclaggio, nella condotta ascritta all’indagato (impiego in puntate al gioco del lotto delle somme provento del delitto di appropriazione indebita, commesso in danno di una pluralità di persone offese), postula una preliminare verifica – nel rigoroso rispetto, ovviamente, dei principi di tassatività e determinatezza della norma penale incriminatrice e del divieto di analogia in malam partem circa l’effettiva riconducibilità di quell’impiego ad una delle categorie di attività “selezionate” dall’art. 648-ter-1 c.p.. Solo in caso di esito positivo di tale verifica, infatti, si potrà utilmente procedere all’ulteriore accertamento – anch’esso necessario per la configurabilità del delitto di cui all’art. 648-ter.1 – della concreta idoneità della condotta dell’indagato ad ostacolare la provenienza delittuosa delle somme.

Si è osservato che mentre la speculazione “ha la propria ragion d’essere nella gestione in modo razionale ed economico del rischio, così da minimizzare le occasioni di perdita e massimizzare quelle di profitto”, essendo il fenomeno sempre connotato da “una consapevole e lucida analisi dei costi/benefici e di tutte le altre possibili variabili rilevanti”, ben diversa è la causa della prestazione patrimoniale nel gioco, che “non è riconducibile – almeno in via diretta e in senso oggettivo – ad un interesse prettamente economico, costituendo piuttosto espressione di un intento non patrimoniale, riconosciuto dall’ordinamento giuridico come valida fonte di arricchimento ex art. 1933 del codice civile ma sprovvisto di tutela giuridica”.

A tale ultimo proposito, il Tribunale ha individuato un significativo riscontro alla fondatezza della propria ricostruzione nell’art. 23 T.U.F., che, nel disciplinare i contratti relativi alla prestazione dei servizi di investimento e accessori, esclude l’applicazione dell’art. 1933 c.c. agli strumenti finanziari derivati nonché a quelli analoghi individuati ai sensi dell’art. 18, comma 5, lett. a) del medesimo testo unico (ovvero, come rilevato dal Tribunale, a “prodotti dalla portata tipicamente speculativa“).

Il Pubblico Ministero, per sostenere la riconducibilità del gioco nell’alveo delle attività speculative ha preso le mosse dal significato del termine “speculazione” desunto dai dizionari, ed ha ripetutamente sostenuto che anche l’impiego nell’attività di gioco avviene “conformando scelte modali e operative secondo criteri razionali, che non escludono l’alea, ma mirano a mitigarla”; nel raffronto con l’attività di investimento propriamente speculativo, si è altresì osservato che, se da un lato l’investitore “pone in essere ogni tipo di ragionevole previsione affinché il proprio capitale impiegato non vada perduto o danneggiato”, d’altro lato “a ben vedere il giocatore-investitore tiene un comportamento simile quando tenta di governare la sorte, affidandosi a competenze e criteri razionali nell’effettuazione delle giocate-puntate”. Sempre secondo il ricorrente, ogni differenziazione tra le due categorie non avrebbe poi alcuna ragion d’essere, nell’ipotesi – quale quella in esame – in cui il giocatore impieghi nelle puntate somme di danaro che non sono lecitamente pervenute nella sua disponibilità, perché le conseguenze dell’area non si ripercuotono sulla sua posizione.

Ritiene la Suprema Corte che tali argomentazioni non siano persuasive e convincenti, posto che la ripetuta affermazione secondo cui anche l’attività di gioco sarebbe connotata – proprio come quella di investimento speculativo – da “scelte e modalità razionali”, e governata da criteri individuati “secondo competenze e ragione”, non risulta confortata da apprezzabili supporti argomentativi, certo non rinvenibili nelle definizioni della parola “speculazione” tratte dal dizionario. Al contrario, proprio sul piano della comune accezione dei termini che qui rilevano, “l’assunto del P.M. impugnante risulta fallace, specie avendo riguardo ad attività ludiche – come quella del lotto – in cui la personale abilità del giocatore appare fuori causa. L’iniziativa di un soggetto che decide di recarsi in ricevitoria, e di puntare una somma confidando nell’uscita di un ambo o di un terno, non sembra in alcun caso definibile come “attività speculativa”, tantomeno sorretta da scelte e modalità razionali, ecc.: il soggetto in questione, semplicemente, si affida alla sorte per ricavare, con il meccanismo casuale delle estrazioni, una somma maggiore di quella di cui dispone. Neppure può dirsi convincente l’ulteriore affermazione secondo cui l’attività ludica dovrebbe comunque essere equiparata a quella propriamente speculativa nel momento in cui le somme impiegate nella prima non siano di lecita provenienza. La fondatezza delle conclusioni raggiunte nell’ordinanza impugnata trova un preciso e consistente riscontro legislazione vigente in un settore per così dire “attiguo”, quale quello tributario.

Si allude al fatto che “le vincite delle lotterie, dei concorsi a premio, dei giochi e delle scommesse organizzati per il pubblico” sono prese in considerazione, quali “redditi diversi”, dal Testo Unico delle Imposte sui Redditi (art. 67, lett. d), d.P.R. n. 917), in modo del tutto autonomo rispetto ai redditi da plusvalenza, che traggono origine da investimenti speculativi (cfr. le lettere dalla a alla c-quinquies del predetto art. 67: plusvalenze realizzate mediante cessioni a titolo oneroso di immobili, azioni, strumenti finanziari, ecc.), e sono disciplinate da disposizioni del tutto distinte anche quanto alla misura e alla modalità di tassazione (per le vincite al gioco del lotto, cfr. in particolare l’art. 6 d.l. n. 50 del 2017; per le plusvalenze, cfr. art. 68 T.U.I.R. e la normativa di settore)”.

Alla luce di quanto dedotto, appare evidente l’infondatezza delle ragioni addotte nel ricorso che ne determinano il relativo rigetto.

Cass., Sez. V Penale, 6 Marzo 2019, n. 9751

Fabrizio Manganiello – f.manganiello@lascalaw.com

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