Omessa dichiarazione: per la punibilità del prestanome è necessario che questi persegua il dolo specifico

Autoriciclaggio: è reato istantaneo e non può avere natura di reato di durata

Mutuando dai principi relativi alla fattispecie del riciclaggio, la Corte di Cassazione arriva a sostenere che il delitto in parola si consuma con il porre in essere le attività di reimpiego in attività economiche e finanziarie concretamente idonee ad ostacolare l’identificazione della loro provenienza delittuosa ed è pertanto reato a consumazione istantanea anche qualora, come nel caso di specie, afferisca ad un reato di bancarotta fraudolenta perfezionatosi in un momento successivo mediante la declaratoria di fallimento.

Il GIP presso il Tribunale territoriale rigettava la richiesta di sequestro preventivo per equivalente di beni richiesti dalla Procura con riferimento all’illecito amministrativo di cui all’art. 25 octies D. Lgs. 231 del 2001 in relazione al delitto di autoriciclaggio posto in essere dall’indagato in qualità di rappresentante legale di società successivamente fallita. Secondo l’Accusa, l’indagato, nella qualità di amministratore anche di altra società, avendo commesso il delitto di cui agli artt. 110 c.p., 223 in relazione all’art. 216, comma 1, n. 1 legge fallimentare, impiegava nelle attività imprenditoriali di tale società l’azienda distratta in danno della fallita, in modo concretamente idoneo a celarne la provenienza delittuosa grazie alla conclusione del contratto di affitto di azienda.

Il Tribunale del riesame provvedeva con ordinanza a rigettare l’appello della Procura ritenendo che la condotta di autoriciclaggio fosse priva di quella concreta idoneità dissimulatoria della provenienza delittuosa del bene riciclato richiesta dalla norma. Avverso detta ordinanza, il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale territoriale proponeva ricorso per cassazione, lamentando l’erronea applicazione di legge, sostenendo che l’art. 648- ter. 1 c.p., nell’utilizzare il predicativo “in modo da ostacolare concretamente l’identificazione della loro provenienza delittuosa”, non abbia voluto fare riferimento ad un connotato esclusivo della condotta di autoriciclaggio in sé per sé, ma abbia voluto riferirsi al risultato complessivo dell’azione, derivante cioè dal combinato della condotta di autoriciclaggio in senso stretto e del delitto presupposto. Se, dunque, già il delitto presupposto ha in sé l’idoneità ad occultare la provenienza delittuosa del bene, non è necessario che la successiva condotta di autoriciclaggio sia dotata di ulteriori particolari accorgimenti dissimulatori. Questo varrebbe a maggior ragione allorché l’ulteriore elemento ingannatorio insito nel delitto presupposto continui a spiegare i propri effetti nel corso della condotta di autoriciclaggio, che di esso si alimenta. Nel caso concreto, la distrazione sarebbe avvenuta simulando un contratto di affitto di azienda in favore di nuova società formalmente amministrata e partecipata dai familiari degli esponenti della fallita: si tratta di un congegno già di per sé idoneo a far apparire una situazione di legittimità del complesso negoziale, e quindi a far apparire l’azienda come di provenienza non delittuosa: ciò che ha consentito l’impiego vero e proprio, sono stati sia il contratto di affitto di azienda che la costituzione della nuova società, elementi che hanno “alimentato” la condotta di autoriciclaggio perpetuando l’effetto ingannatorio del delitto presupposto.

Il Supremo Collegio riteneva non condivisibili le argomentazioni dedotte in ricorso che, pertanto, veniva rigettato. Stipulare un contratto simulato d’affitto dell’azienda tra la società successivamente dichiarata fallita e altra società riconducibile al rappresentante legale della prima, integra l’atto distrattivo del patrimonio sociale divenuto punibile a seguito della declaratoria di fallimento, ma non integra, allo stesso tempo, la condotta illecita di autoriciclaggio che per la sua punibilità richiede il compimento di ulteriori atti diretti alla dissimulazione dell’oggetto materiale del reato.

Al fine di evitare la doppia punibilità della medesima condotta, infatti, il legislatore, con la introduzione della fattispecie di cui all’art. 648-ter. 1 cod. pen., ha richiesto che a seguito della consumazione del delitto presupposto vengano poste in essere ulteriori condotte aventi natura decettiva. Ne consegue, dunque, che l’atto distrattivo non può integrare allo stesso tempo bancarotta per distrazione e autoriciclaggio; ritenere che il delitto presupposto abbia in sé l’idoneità ad occultare la provenienza delittuosa del bene e, quindi, non necessiti di ulteriori particolari accorgimenti dissimulatori, altro non significa che confondere ed assimilare l’elemento materiale del reato di bancarotta fraudolenta con quella di autoriciclaggio che, però, richiede condotte, logicamente e cronologicamente, differenti rispetto a quella del reato presupposto, oltre che accorgimenti dissimulatori volti ad ostacolare l’identificazione della provenienza dei beni.

Ritenere punibile come autoriciclaggio il mero trasferimento delle somme distratte verso imprese (sul solo presupposto della fisiologica destinazione delle medesime all’operatività aziendale di queste ultime), finirebbe per sanzionare penalmente due volte la stessa condotta quando le somme sottratte alla garanzia patrimoniale dei creditori sociali siano dirette verso imprenditori, generando, rispetto a tale situazione specifica, un’ingiustificata sovrapposizione punitiva tra la norma sulla bancarotta e quella di cui all’art. 648-ter. 1 c.p..

Non può, dunque, sostenersi che ad un’operazione di impiego dell’azienda attuata dagli autori del reato presupposto di bancarotta fraudolenta sia conseguita una condotta rientrante nella fattispecie dell’autoriciclaggio; “il pagamento del canone di affitto o del prezzo di vendita dell’azienda ceduta non configura una autonoma ipotesi punibile né tanto meno lo è l’aggiudicazione degli appalti che sono entrambe condotte rientranti negli effetti del reato già consumato al momento della stipula del contratto con il quale si stabilisce la cessione in affitto od a titolo di vendita”.

Né può ritenersi condivisibile la tesi del pubblico ministero secondo cui il reato di cui all’art. 648-ter. 1 c.p. “può avere natura di reato eventualmente di durata”, a meno di non voler ritenere che dal momento di entrata in vigore del nuovo reato, ogni attività di impresa precedentemente finanziata mediante proventi di natura illecita, si sarebbe dovuta interrompere: circostanza che, all’evidenza, non è in alcun modo realizzabile.

Cass., Sez. V Penale, 04 luglio 2019, n. 44199

Fabrizio Manganiello – f.manganiello@lascalaw.com

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