L’interesse è concreto. Se non ripeti, che interesse c’è?

Aumento di capitale e abuso della maggioranza

L’abuso del diritto di voto da parte del socio di maggioranza che determina l’annullabilità della deliberazione assembleare si configura allorché il socio eserciti consapevolmente il suo diritto di voto in modo tale da ledere le prerogative degli altri soci senza perseguire alcun interesse sociale, in violazione del dovere di comportarsi secondo buona fede nell’esecuzione del contratto sociale.

Il Tribunale di Milano con la sentenza n. 804 del 31 gennaio 2022 è stato chiamata a decidere in merito all’impugnazione di una delibera assembleare di aumento di capitale da € 400.000 a € 800.000 “a pagamento e alla pari, nel pieno rispetto del diritto di opzione spettante ai Soci” promossa dai soci di minoranza di una s.r.l. i quali si erano visti diluire notevolmente la propria partecipazione.

In particolare, tale delibera era finalizzata alla ripresa della piena attività ed al salvataggio della società partecipata Editoriale S.r.l. (che era stata posta in liquidazione ed iscritta a bilancio al valore simbolico di 1 euro), con un investimento attuato indirettamente, attraverso l’aumento di capitale nella Cooperativa Editoriale Lariana, che ne era già socia di maggioranza, finalizzato ad assicurarle la possibilità di godere anche in futuro del contributo governativo riconosciuto, a partire dal 2021, alle società editrici di quotidiani e periodici solo se integralmente partecipate da una società cooperativa. 

Secondo il Tribunale, la ravvisabilità dell’interesse sociale all’adozione delle delibera esclude in radice la configurabilità dell’abuso di potere dei soci di maggioranza, fermo restando che, in ogni caso, il sindacato sull’esercizio del potere discrezionale della maggioranza – “reputata dall’ordinamento migliore interprete dell’interesse sociale in considerazione dell’entità maggiore del rischio che corre nell’esercizio dell’attività imprenditoriale comune” – deve arrestarsi alla legittimità della deliberazione attraverso l’esame di aspetti all’evidenza sintomatici della violazione della buona fede e non deve “spingersi a complesse e retrospettive valutazioni di merito in ordine all’opportunità delle scelte di gestione e programma dell’attività comune sottese alla delibera adottata”. 

Nel caso di specie, la complessa operazione di finanziamento sottesa alla deliberazione di aumento di capitale era chiaramente concepita in funzione dell’evidente interesse della società alla ripresa dell’attività della partecipata Editoriale s.r.l. e “la circostanza è sufficiente ad escludere la stessa configurabilità dell’abuso della maggioranza senza che rilevi in alcun modo l’esito negativo dell’operazione, constatato ex post, corrispondente alla realizzazione del normale rischio di impresa che si è, peraltro, risolto in pregiudizio economico solo per i soci che hanno partecipato alla ricapitalizzazione”. 

La diluizione della partecipazione dei soci di minoranza, dunque, costituisce l’effetto naturale del legittimo esercizio del potere discrezionale della maggioranza di deliberare l’aumento di capitale nell’interesse della società e della libera scelta di non sottoscriverlo degli altri soci “che, del resto, neanche hanno mai dedotto in giudizio di essersi trovati nell’impossibilità nota alla maggioranza di far fronte al relativo impegno finanziario”. 

Né contrariamente a quanto sostenuto dagli attori la previsione dell’aumento di capitale “alla pari”, cioè senza la previsione del sovrapprezzo corrispondente al maggior valore del patrimonio sociale rispetto al capitale nominale, può costituire sintomo di abuso della maggioranza, in presenza della previsione del diritto di opzione a favore di tutti i soci.

Tribunale Milano, 31 gennaio 2022,n. 804

Maria Giulia Furlanetto – m.furlanetto@lascalaw.com

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