Atti e pagamenti non autorizzati nel concordato: i limiti alla revoca

Atti e pagamenti non autorizzati nel concordato: i limiti alla revoca

La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso proposto da una società avverso la sentenza con cui la Corte d’Appello di Bari aveva confermato la revoca ex art. 173 l.f. dell’ammissione della stessa alla procedura di concordato preventivo. La suddetta revoca era stata determinata, in particolare, dalla segnalazione da parte dei Commissari giudiziali della stipulazione, in corso di procedura, di una transazione, senza che quest’ultima fosse stata previamente autorizzata dal Tribunale.

La società istante, con cinque motivi di ricorso, denunciava in particolare la violazione e falsa applicazione dell’art. 173 l.f., in relazione all’art. 360, n. 3, c.p.c., in quanto Corte di merito aveva apertamente disatteso, ritenendolo non applicabile al caso di specie, il principio sancito dagli ultimi arresti della giurisprudenza di legittimità, secondo cui il pagamento di debiti eseguiti dall’imprenditore ammesso al concordato preventivo senza la necessaria autorizzazione del Giudice delegato non determina ex se la revoca automatica del concordato, poiché è necessario accertare in concreto se tali pagamenti, non essendo ispirati al criterio del migliore soddisfacimento dei creditori, siano diretti a frodare le ragioni di questi ultimi, pregiudicando la possibilità di adempimento del piano concordatario. Nel caso di specie, secondo la ricorrente, l’atto di transazione impugnato risultava pienamente coerente con il piano concordatario e vantaggioso per i creditori sociali, con conseguente insussistenza dei presupposti per la revoca dell’ammissione della società al concordato.

I giudici di legittimità, nel ritenere fondati detti motivi di ricorso, hanno ribadito il consolidato orientamento della Corte di Cassazione in relazione alle ipotesi per le quali è possibile addivenire a un provvedimento di revoca dell’ammissione alla procedura di concordato preventivo, così come previste dall’art. 173 l.f.

Infatti, secondo il disposto dell’art. 173 l.f., la procedura di concordato preventivo può arrestarsi in tre ipotesi: in caso di compimento di atti di frode anteriori o posteriori al decreto di ammissione; in caso di esecuzione, durante la procedura, di atti straordinari non autorizzati dal Giudice delegato; in caso di mancanza, originaria o sopravvenuta, dei requisiti di ammissibilità.

Con particolare riferimento alla seconda fattispecie, dottrina e giurisprudenza di legittimità hanno avuto modo in più occasioni di precisare che un atto straordinario non autorizzato dovrebbe, da un lato, considerarsi sempre inefficace ai sensi dell’art. 167, comma 2, l.f. (atteso che il debitore, dopo l’ammissione alla procedura concordataria, conserva il potere di amministrazione dell’impresa solo in relazione agli atti di ordinaria amministrazione), ma, dall’altro, potrebbe determinare l’arresto della procedura solo se intenzionalmente diretto a ledere le ragioni dei creditori (così, tra le altre, Cass. 3324 del 19/02/2016). Tale interpretazione risulterebbe infatti maggiormente coerente con le finalità della disciplina del concordato preventivo, dovendosi valutare la corrispondenza dell’atto dispetto al piano e dunque la sua utilità in funzione dell’obiettivo soddisfacimento dei creditori prima di procedere alla revoca dell’ammissione.

Né la decisione della Corte d’appello di Bari può giustificarsi, come affermato in motivazione, sulla base del fatto che il caso di specie avesse ad oggetto la stipula di un atto di straordinaria amministrazione previsto dall’art. 167, comma 2, l.f. (e precisamente una transazione), e non già il pagamento di un debito preconcordatario. Infatti, secondo la Suprema Corte, non si può negare che sia la transazione (espressamente indicata dal legislatore quale atto straordinario) sia il pagamento di un debito preconcordatario necessitano dell’autorizzazione del Tribunale per essere efficaci e opponibili e che, pertanto, la conseguente questione della revocabilità del concordato per il compimento da parte del debitore di atti non autorizzati si ponga, a ben vedere, in termini analoghi.

Ne discende che, sebbene il legislatore abbia previsto, in relazione agli atti straordinari non autorizzati, una intrinseca potenzialità pregiudizievole per gli interessi del ceto creditorio (presunta per legge), tale presunzione è superabile dalla dimostrazione, da parte del debitore ammesso alla procedura concorsuale minore, della mancanza di dannosità dell’atto non autorizzato. Sarà, pertanto, onere dell’imprenditore ammesso alla procedura negoziale dimostrare che, nonostante la mancata autorizzazione giudiziale, l’atto indicato dalla Legge Fallimentare come suscettibile di approvazione risponda nel concreto a criteri di ragionevole apprezzamento per la tenuta del piano concordatario e non determini conseguenze pregiudizievoli per gli interessi dei creditori.

Alla luce di quanto esposto, la Corte di Cassazione ha esposto il principio di diritto in base al quale, in tema di concordato preventivo, i pagamenti eseguiti dall’imprenditore ammesso alla procedura ovvero gli atti di straordinaria amministrazione di cui all’art. 167 l.f., compiuti in difetto di autorizzazione del Giudice delegato, comportano, ai sensi dell’art. 173, comma 3 l.f., la revoca della suddetta ammissione, salvo che l’imprenditore ammesso alla procedura negoziale dimostri, nel conseguente giudizio di revoca ex art. 173 l.f., che tali atti (non assentiti giudizialmente) non siano pregiudizievoli per gli interessi dei creditori, essendo ispirati, al contrario, al criterio della migliore soddisfazione dei creditori, ovvero non siano diretti a frodare le ragioni di questi ultimi, così non pregiudicando le possibilità di adempimento della proposta formulata con la domanda di concordato. Tale dimostrazione potrà essere fornita positivamente tramite l’allegazione e la prova da parte del debitore ammesso alla procedura concorsuale di elementi fattuali per l’apprezzamento positivo dell’atto non autorizzato, accertamento quest’ultimo da compiersi ad opera del giudice di merito.

In conclusione, nella fattispecie in esame i Giudici di legittimità hanno accolto il ricorso della società, cassando la sentenza impugnata e rinviando alla Corte d’appello di Bari, in diversa composizione, per una nuova decisione.

Cass., Sez. I civ., 21 giugno 2019, n. 16808

Eleonora Gallina – e.gallina@lascalaw.com

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