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Assegni mal negoziati: responsabilità della banca?

La Corte di Cassazione è nuovamente intervenuta in tema di responsabilità della banca negoziatrice di un assegno “non trasferibile”, in ordine alla verifica dell’identità del portatore all’incasso qualora si tratti di soggetto diverso dal legittimo beneficiario.

Detta responsabilità viene qualificata come contrattuale da “contatto sociale”, ovvero prescinde dall’esistenza di un contratto, ma si fonda su una relazione sociale idonea a determinare specifici doveri comportamentali e di protezione. Più precisamente, in ambito bancario, trova la sua ratio nell’esigenza di protezione degli utenti, nonché della Banca stessa, affinché il titolo sia introdotto nel circuito di pagamento in conformità alle regole che ne presidiano la circolazione e l’incasso.

Tale esigenza è disciplinata dall’art. 43 della legge assegni n. 1736/1933, ai sensi del quale, proprio al fine di impedire l’insorgenza di un danno derivante dall’erronea identificazione del soggetto legittimo portatore del titolo, l’assegno bancario “non trasferibile” deve essere pagato esclusivamente al prenditore o, tuttalpiù, accreditato sul conto corrente dello stesso.

Una volta esclusa l’ipotesi che la responsabilità dell’Istituto possa essere considerata alla stregua della responsabilità oggettiva e, pertanto, fissatane la natura contrattuale da contatto sociale, ne deriva che l’onere probatorio viene attribuito alla banca negoziatrice, che è ammessa a provare la non imputabilità alla medesima di un eventuale inadempimento, per aver impiegato la professionalità e diligenza richiesta all’operatore bancario, scaturente dall’esercizio dell’attività professionale e prevista dall’art. 1176 co. 2 c.c.

Con la sentenza in commento, i giudici di legittimità chiariscono che la diligenza e la professionalità si valutano alla luce del combinato disposto degli artt. 1176 co. 2 c.c. e 43 co. 2 l.a., sulla base della natura dell’attività esercitata, tenuto conto del grado della colpa o del dolo individuati secondo i principi interpretativi della giurisprudenza di legittimità e dei parametri previsti dalla realtà sociale, che abitualmente prevede il semplice riscontro di un solo documento d’identità.

Pertanto, l’istituto di credito cui sia stato presentato per l’incasso un assegno non trasferibile da parte di un soggetto non legittimato, non è considerato responsabile se dimostra di aver verificato l’assenza del titolo tra gli elenchi degli assegni oggetto di furto, nonché se abbia identificato il soggetto prenditore attraverso il controllo di un documento d’identità non scaduto e privo di indizi di falsità, senza di conseguenza essere tenuto a verificarne l’autenticità con ogni possibile mezzo.

Tale considerazione scaturisce dalla circostanza secondo cui la normativa antiriciclaggio vigente, ex art. 19 comma 1 lett. A) d.lgs. 231/2007, non prevede il ricorso a qualsiasi mezzo possibile per identificare la clientela, ma stabilisce delle modalità tipizzate. Né vale a dimostrare la responsabilità della banca la mancata applicazione delle raccomandazioni della circolare ABI del 7 maggio 2001, (che ad esempio richiedere l’esibizione di due documenti di identità con fotografia del portatore), poiché tali disposizioni non hanno portata precettiva.

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Cass., Sez. VI, 3 maggio 2022, n. 13969

Federica Turottif.turotti@lascalaw.com

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