Sede legale, sede reale, qual è la notifica più rituale?

Aspetta e spera e la “Pinto” non si avvera

Il problema della ragionevole durata del processo si è manifestato principalmente grazie agli impulsi provenienti dall’Unione Europea e dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, che da sempre ha aspramente criticato il Belpaese per l’eccessiva durata dei processi e per la mancanza di una normativa chiara e lineare in tema di risarcimento del danno per l’eccessiva durata.

Grazie all’impulso comunitario il legislatore italiano si è visto costretto ad intervenire per introdurre non solo norme che rendessero più agevoli e snelli, quindi più brevi, i processi, ma, al contempo, anche ad adottare un meccanismo risarcitorio per il cittadino che veda la propria richiesta di giustizia soddisfatta in tempi tutt’altro che ragionevoli. A tale scopo è finalizzata la legge 89/2001 conosciuta anche con il nome di legge Pinto che ha introdotto uno schema generale per determinare quale siano i canoni di ragionevole durata di un processo, nonché i parametri per la quantificazione del risarcimento per i casi di eccessiva durata.

In un primo momento la norma non prevedeva né indicava regole temporali precise di durata, bensì esclusivamente generici canoni di ragionevolezza.

Ancora una volta, l’impulso della Suprema Corte e della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo è stato determinante per ridefinire la norma che oggi, facendo proprie le pronunce giurisprudenziali prevede un tempo limite di durata dei giudizi civili pari a sei anni: Tre anni per il primo grado, due per grado d’appello, uno per il giudizio di Cassazione.

In ogni caso, un procedimento che nei tre gradi di giudizio non superi i sei anni è considerato di durata ragionevole.

Si poneva tuttavia il problema di quale norma dovesse applicarsi ai giudizi pendenti prima dell’introdotta riforma.

La Suprema Corte, con la sentenza in commento, ha chiarito che anche per quei giudizi precedenti la riforma della legge Pinto, debba computarsi in 6 anni il termine massimo di durata ragionevole di un giudizio dal primo grado fino al giudizio di cassazione, non in forza di un’applicazione retroattiva della nuova disciplina, bensì in applicazione della consolidata giurisprudenza Comunitaria e della Suprema Corte.

E’ evidente che nel computo del termine di durata non debba essere ricompreso il tempo che la legge affida all’arbitrio delle parti e la cui durata non dipende dall’inefficienza dell’amministrazione giudiziaria, bensì è tempo che trascorre a beneficio dell’una o dell’altra parte e che spesso è previsto per consentire l’espletamento del diritto al contraddittorio.

La Sprema Corte, con la sentenza in commento, ha infatti detratto il tempo trascorso dalla data di deposito della sentenza e la proposizione dell’impugnazione in conformità alla consolidata giurisprudenza secondo cui, in tema di equa riparazione, “la durata del provvedere, non rilevando il periodo nel quale la controversia sia sottratta alla decisione del giudice, come avviene nel caso in cui la legge attribuisce alle parti uno spatium deliberandi per l’impugnazione: ne consegue che non può imputarsi all’amministrazione della giustizia il tempo trascorso tra la comunicazione del deposito della sentenza e la notifica dell’atto di impugnazione a richiesta della parte soccombente, potendo la parte vittoriosa porre fine all’incertezza, notificando la sentenza e facendo decorrere il termine breve per l’impugnazione, mentre solo dopo l’impugnazione del processo va determinata in relazione alla pendenza del processo davanti a un organo giurisdizionale che abbia il dovere di provvedimento emesso si ripropone l’esigenza di una risposta in tempi ragionevoli degli organi della giurisdizione”.

In definitiva, la pretesa risarcitoria delineata dalla Legge Pinto, potrà ritenersi fondata esclusivamente se l’irragionevole durata del processo sia dipesa dall’inefficienza degli apparti giudiziaria, e non anche quando il prolungarsi del giudizio sia causa del comportamento processuale delle parti.

Cass., Sez. II Civ., 26 marzo 2019, ordinanza n. 8395

Andrea Romaldo – a.romaldo@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Notificazioni, residenza anagrafica e dimora abituale…non darmi per scontata!

Nel caso la notificazione di un atto venga eseguita a mani di un familiare del destinatario e non di...

Diritto Processuale Civile

Vizio della citazione in appello, la rinnovazione retroagisce alla data di citazione

Il Codice Civile prevede e disciplina numerosi procedimenti in materia civile, differenziati a secon...

Diritto Processuale Civile

Sede legale, sede reale, qual è la notifica più rituale?

La Suprema Corte si è nuovamente pronunciata sul tema dell’inesistenza giuridica del ricorso per...

Diritto Processuale Civile