Crisi e procedure concorsuali

Applicabilita’ dell’art. 67, comma 1, l.f., e dell’art. 1526 c.c. al leasing c.d. traslativo

Trib. Milano, sez. civ. II, 7 giugno 2012, n. 6887

“Con riferimento all’art.67, primo comma, n.1, l. fall., la revocatoria fallimentare del contratto di leasing non può essere accolta se la pretesa sproporzione del rapporto tra prestazioni si basa su grandezze economiche tra loro non comparabili anche cronologicamente: riferite, cioè, l’una al costo storico dell’immobile determinato in sede di locazione o di acquisto dal dante causa; l’altra al costo del finanziamento complessivo da rimborsarsi dalla fallita, pari al capitale finanziato, sommato agli interessi che sarebbero stati pagati lungo l’arco di durata del contratto di leasing”.

“Al leasing cd traslativo, risolto anteriormente alla dichiarazione di fallimento dell’utilizzatore con conseguente restituzione del bene, è applicabile la disciplina prevista dall’art.1526, secondo comma, c.c., per la vendita con riserva di proprietà, secondo cui, qualora sia convenuto che le rate pagate restino acquisite al venditore a titolo di indennità. Il giudice può ridurre l’indennità convenuta, tenendo conto, in caso di restituzione delle rate riscosse non solo dall’uso della cosa comprensivo della remunerazione del godimento del bene, ma anche dal deprezzamento conseguente alla sua incommerciabilità come nuovo, nonché del logoramento per l’uso e, data la natura finanziaria del contratto di leasing nella valutazione del costo della risoluzione anticipata, considerando anche il costo derivante dall’immobilizzazione del capitale impiegato per l’acquisto del bene e, quindi, quello del suo reimpiego”.

Il Tribunale di Milano, con la sentenza n. 6887 del 07 giugno 2012, ha sancito un duplice principio: l’inapplicabilità dell’art.67 L.F., primo comma, n.1, al contratto di leasing, qualora “la pretesa sproporzione del rapporto di prestazioni si basa su grandezze economiche tra loro non comparabili anche cronologicamente”, e, l’applicabilità dell’art.1526 c.c. al leasing cd traslativo, risolto anteriormente alla dichiarazione di fallimento dell’utilizzatore con conseguente restituzione del bene.

Il primo aspetto su cui il Tribunale di Milano è stato chiamato a pronunciarsi, dunque, riguardava la pretesa ammissibilità della revocatoria fallimentare, ex art. 67 comma 1, L.F., del contratto di leasing traslativo immobiliare, nonché della clausola relativa alla risoluzione del contratto da parte del “Fallimento”.

Nel caso in esame, il “Fallimento” aveva convenuto in giudizio la società concedente, la quale aveva concesso in locazione finanziaria un complesso immobiliare dalla stessa acquistato per € 1.350.000,00 + iva, e venduto alla società fallita per € 2.345.240,00 (comprensivo di maxicanone iniziale e di canone per il riscatto). Più precisamente, il “Fallimento”, fondava le sue pretese sul contenuto del contratto di leasing e della sua clausola risolutiva, in base alla quale, la società concedente, essendo la società utilizzatrice resasi inadempiente dalla prima rata di ammortamento, aveva già intimato la risoluzione ottenendo la restituzione dell’immobile. Su queste premesse, pertanto, il Fallimento attore, deduceva che la società fallita aveva sostenuto un esborso finanziario per l’acquisto dell’immobile maggiore rispetto a quello sostenuto dalla società concedente e che, pertanto, in base a quanto sancito dalla clausola di risoluzione del contratto, la società utilizzatrice avrebbe perso tutti i canoni a scadere, nonché gli interessi di mora sino all’avvenuto pagamento. Motivazione per la quale richiedeva la restituzione di tutti gli importi versati dalla stipula del contratto.

La società concedente, da parte sua, contestava quanto eccepito dall’attore, ed in particolare l’esistenza della sproporzione tra la prestazione della messa a disposizione del bene immobile e il costo del finanziamento, concesso, quest’ultimo, ad un tasso vicino al tasso effettivo globale medio degli interessi praticati dal sistema finanziario per operazioni simili in quel determinato periodo.

Il Tribunale di Milano, con la pronuncia in esame, ha rigettato quanto asserito dall’attore precisando che “ se deve essere presa a riferimento una grandezza finanziaria (quale costo complessivo del finanziamento che viene riversato sull’utilizzatore), la comparazione va effettuata – come deduce correttamente parte convenuta – tra il costo del capitale che viene immobilizzato all’atto dell’acquisto (capitale investito) e il costo finanziario che viene riversato sull’utilizzatore (che tiene conto del capitale finanziato, del rischio dell’operazione, del tempo del rimborso e della remunerazione del capitale medesimo), la cui risultante è data dal tasso di interesse praticato per quella specifica operazione. …” Specificando, altresì, in merito alla domanda di revocatoria ex art. 67, comma 1, n.1, l.fall., della clausola risolutiva del contratto di leasing, che “detta clausola si inserisce nella prassi di demandare alle parti (non consumatori) una comune ipotesi di inadempimento ipso iure” che, dunque, naturalmente avrebbe portato allo scioglimento del contratto con le conseguenze, inevitabili, di carattere economico.

Il secondo aspetto su cui il Tribunale di Milano è stato chiamato a pronunciarsi riguardava, invece, l’applicabilità dell’art. 1526 c.c., che disciplina la cd vendita con riserva di proprietà, al contratto di leasing risolto anteriormente alla dichiarazione di fallimento dell’utilizzatore.

Nel caso in esame, il “Fallimento” invocava la tutela ex art. 1526 c.c., al fine di ottenere la riduzione dell’indennità pattuita nel contratto per l’anticipata risoluzione, ovviamente, contestata dalla società concedente.

Al riguardo, il Tribunale di Milano, si è espresso da una parte favorevole all’applicazione dell’art. 1526 c.c. precisando che “la norma di cui all’art. 1526, comma 2, c.c. (qualora si sia convenuto che le rate pagate restino acquisite al venditore a titolo di indennità, il giudice secondo le circostanze, può ridurre l’indennità convenuta) riguarda espressamente la vendita con riserva di proprietà, ma è pacificamente applicabile … anche al leasing cd traslativo; dall’altra ha chiarito che “detta norma comporta, in caso di risoluzione per inadempimento dell’utilizzatore, la restituzione dei canoni già corrisposti, in cambio del riconoscimento (al concedente) di un equo compenso in ragione dell’utilizzo dei beni, riconoscendo, pertanto, in capo alla società concedente il diritto di opporre in compensazione una somma pari al godimento del bene da parte dell’utilizzatore, nonché a vedersi indennizzata per la perdita dell’investimento iniziale atteso, e, per il mancato reinvestimento del capitale iniziale per effetto della risoluzione del contratto.

Le soluzioni, dunque, adottate dal Tribunale di Milano hanno evidenziato, da un lato, la finalità tipica dell’art. 67 L.F,  che va ravvisata nell’eliminazione della “sproporzione tra le prestazioni” ponendo a carico del soggetto soccombente in revocatoria l’obbligo di restituire quanto ricevuto, e dall’altro, quella relativa all’art. 1526 c.c., che sancisce il diritto in capo al venditore di un equo indennizzo tenendo conto del deprezzamento subito dal bene causato dal logoramento per il suo utilizzo.

Ciò detto, è comunque opportuno precisare in questa sede, che, l’orientamento espresso dal Tribunale di Milano con la pronuncia in esame, circa l’applicazione dell’art.1526 cc al contratto di leasing c.d. traslativo, è recentemente stato superato a seguito dell’introduzione dell’art.72 quater all’interno della Legge Fallimentare. Infatti, tale norma, che disciplina la locazione finanziaria pendente al momento della dichiarazione di fallimento, ha creato un nuovo filone giurisprudenziale, secondo il quale, al contratto di leasing risolto anteriormente alla dichiarazione di fallimento, deve trovare applicazione l’art. 72 quater e non più l’art. 1526 c.c.

E’ opinione ormai consolidata, infatti, che l’art.72 quater L.F. “ha segnato l’abbandono della dicotomia tra leasing di godimento e leasing traslativo e lo ha ricondotto ad un contratto unitario di durata, con l’effetto che l’art. 72 quater, benché collocato nella sedes materiae dei rapporti pendenti, rispecchia precise scelte normative che fisiologicamente estendono la propria rilevanza fuori della materia fallimentare e della fattispecie ivi regolata, proprio perché traggono il loro fondamento dal profilo tipologico del contratto di leasing e non dall’evenienza del fallimento dell’utilizzatore”.(per tutte: Trib. Torino 23 Aprile 2012 n. 1241).

(Antonella Mafrica – a.mafrica@lascalaw.com)

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