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Ancora sulla recedibilità dei patti parasociali con durata indeterminata

– di Cosimo Di Bitonto, in Le Società, n. 9/10, pag. 1053.

L’autore prende spunto dalla pronuncia della Suprema Corte del 22 marzo 2010, n. 62898, per ritornare sulla vexata quaestio della recedibilità dei patti parasociali stipulati a tempo indeterminato, per giusta causa o con congruo preavviso.
L’argomento suscita interesse perché precisa che il comportamento del paciscente incompatibile con gli impegni parasociali assunti non può rilevare sul piano giuridico come manifestazione tacita della volontà di recesso dal patto medesimo. Può, per contro, rilevare come inadempimento del patto, con il conseguente diritto al risarcimento dei danni da parte degli altri paciscenti.

Nel caso di specie, la Suprema Corte si è espressa per la validità dei patti parasociali, sul presupposto della loro efficacia meramente obbligatoria tra i paciscenti. E’ quindi rilevante la distinzione tra il piano parasociale, riguardante unicamente i rapporti personali tra i soci e sul quale i patti parasociali sono destinati a operare, e il piano sociale concernente, per converso, l’organizzazione della società e non direttamente investita da tali accordi.

L’aspetto innovativo della sentenza citata, riguarda l’esercizio del diritto di recesso e, in specie, se ciò possa avvenire tacitamente, per fatti concludenti. Si tratta dunque di stabilire se il comportamento incompatibile del paciscente con gli impegni assunti, sia idonea a determinare una modalità di recesso tacito dal patto, anziché rilevare come inadempimento. La Suprema Corte investita della questione si è pronunciata in senso negativo. Il fondamento logico sistematico di questa soluzione, e quindi della qualificazione nei termini dell’inadempimento (e non di recesso tacito di ogni contegno che violi un’obbligazione parasociale) con conseguente insorgenza dell’obbligazione risarcitoria, è stato individuato secondo il principio di buona fede. Fondamentale è il passo della motivazione in cu si afferma che un patto parasociale “cesserebbe di avere qualsiasi carattere di serietà e sarebbe, allora si, immeritevole di tutela se concepito in modo che i paciscenti possono in qualsiasi momento liberarsi a propria discrezione, con effetto immediato, dalle obbligazioni assunte.”.

Con la sentenza de qua è stato quindi respinto il tentativo, peraltro riuscito nel giudizio di seconde cure, di adottare, in ambito giurisprudenziale contrattuale-societario, un principio di provenienza giurisprudenziale lavoristica.

(Matteo Ferrando – m.ferrando@lascalaw.com)

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