La rivincita del promissario acquirente

Ancora inammissibile nel processo penale l’invio telematico degli atti

Nel processo penale, a differenza di quanto avviene per quello civile, non è consentito l’invio a mezzo posta elettronica certificata degli atti giudiziari perché non esiste un fascicolo telematico che consenta a tutte le parti ed all’autorità giudiziaria di averne immediata contezza. In mancanza di questo, l’atto inviato a mezzo PEC necessita di essere successivamente inserito nel fascicolo cartaceo da parte del personale di cancelleria.

La Corte d’Appello confermava la sentenza del giudice di primo grado che ha affermato la penale responsabilità degli imputati per concorso nel delitto di causazione del fallimento della società da loro amministrata, con dolo e per effetto di operazioni dolose e del delitto di bancarotta fraudolenta documentale, reati unificati in un unico delitto di bancarotta fraudolenta aggravato ai sensi dell’art. 219, secondo comma, n. 1 della legge fallimentare.

Entrambi gli imputati decidevano di adire la Suprema Corte e, uno di essi, con un primo motivo lamentava la violazione di norme processuali stabilite a pena di nullità e la mancanza, contraddittorietà o manifesta illogicità della motivazione della sentenza impugnata nella parte in cui è stata dichiarata l’inammissibilità dei nuovi motivi di appello.

I nuovi motivi erano stati inviati, in orario serale, a mezzo posta elettronica certificata alla Corte di appello ed erano stati anche depositati nella cancelleria della Corte di appello, a mezzo di copia cartacea, il giorno successivo 23 gennaio, ma la Corte, nel valutare la tempestività del deposito, facendo riferimento alla data della fissata udienza, aveva preso in considerazione esclusivamente la copia cartacea, dichiarando, quindi, inammissibili i motivi, perché non risultava rispettato il termine di quindici giorni prima dell’udienza.

Tale decisione, secondo la prospettazione del ricorrente era errata perché la trasmissione dei motivi nuovi a mezzo della posta elettronica certificata doveva considerarsi legittima, cosicché, essendo il messaggio stato inviato con tale modalità entro il termine di legge, il deposito doveva comunque tempestivo e, in tal senso, richiamava un precedente arresto giurisprudenziale proprio della V Sezione del Supremo Collegio che, ai fini dell’invio dell’impugnazione, aveva ritenuto rilevante la data di spedizione della lettera raccomandata contenente l’atto di gravame.

La Corte Suprema dichiarava tale doglianza infondata perché l’invio dei motivi aggiunti a mezzo della posta elettronica certificata non risulta legittimo.

A differenza di quanto previsto per il processo civile, nel processo penale la posta elettronica certificata non è idonea per il deposito di memorie o altri atti processuali.

L’art. 4 del decreto del Ministero della Giustizia n. 44 del 2011 prevede l’adozione di un servizio di posta elettronica certificata da parte del Ministero della Giustizia in quanto, ai sensi della legge n. 24 del 2010, nel processo civile e nel processo penale tutte le comunicazioni e notificazioni per via telematica devono effettuarsi mediante posta elettronica certificata ma per la parte privata, nel processo penale, l’uso di tale mezzo informatico di trasmissione non è consentito e l’esclusione di tale facoltà non è meramente formale.

A differenza di quanto avviene per il procedimento civile, nel penale non è operante il processo telematico è, pertanto, erroneo ipotizzare l’applicazione di talune delle norme, che secondo la volontà legislativa si inscrivono nella cornice di un processo organizzato in base agli strumenti digitali. Considerato che nel procedimento penale non esiste il fascicolo telematico, “che costituisce il necessario approdo dell’architettura digitale degli atti giudiziari, quale strumento di ricezione e raccolta in tempo reale degli atti del processo, accessibile e consultabile da tutte le parti”; conseguentemente, l’uso del mezzo informatico in argomento per la trasmissione di atti endoprocessuali è consentito nei soli casi espressamente previsti dalla legge.

Difatti solo in presenza del fascicolo telematico gli atti inviati a mezzo pec dalle parti confluiscono nel fascicolo e sono automaticamente consultabili dall’autorità giudiziaria e dalle parti.

In mancanza del fascicolo telematico, le istanze ed i documenti inviati non vengono automaticamente inseriti nel fascicolo. A tal fine occorrerebbe che l’indirizzo di posta elettronica fosse presidiato mediante la destinazione di apposito personale che dovrebbe controllare costantemente l’arrivo dei messaggi e poi attivarsi per portare l’atto a conoscenza del giudice competente.

La Corte Suprema in alcune sentenze ha affermato che l’invio da parte del difensore della richiesta di legittimo impedimento a mezzo posta elettronica alla cancelleria dell’organo giudicante non è irricevibile né inammissibile ma si tratta di sentenze limitate a tale specifica ipotesi che hanno comunque precisato che “l’utilizzo di tale irregolare modalità di trasmissione comporta l’onere per la parte che intenda dolersi in sede di impugnazione dell’omesso esame della sua istanza, di accertarsi del regolare arrivo della e- mail in cancelleria e della sua tempestiva sottoposizione all’attenzione del giudice procedente”.

Nel caso di specie, tale tempestività deve senz’altro escludersi essendo la e-mail stata inviata a mezzo posta elettronica certificata solo nella serata dell’ultimo giorno in cui era consentito il deposito in cancelleria, in un orario in cui le cancellerie sono chiuse al pubblico e, pertanto, deve ritenersi che, nella migliore delle ipotesi, il messaggio sia stato portato a conoscenza del giudice solo il giorno dopo e quindi tardivamente.

Cass., Sez. V Pen. 5 marzo 2020, n. 12949

Fabrizio Manganiello – f.manganiello@lascalaw.com

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