Anche l’assenza ti costa: padre condannato a risarcire la figlia

Anche l’assenza ti costa: padre condannato a risarcire la figlia

Con l’ordinanza n. 14382 del 26 maggio, la Corte di Cassazione analizza le conseguenze derivanti dalla distanza prolungata nel tempo di un punto di riferimento essenziale nello sviluppo di un individuo, quale un genitore, ribadendo come gli obblighi di mantenimento, istruzione, educazione ed assistenza gravino su entrambe le figure genitoriali.

Protagonista della triste vicenda posta al vaglio della Suprema Corte è un padre condannato in primo e in secondo grado al risarcimento dei danni causati alla figlia, per aver fatto a quest’ultima mancare non solo il proprio contributo economico, ma anche un fondamentale sostegno morale, al punto da indurla ad abbandonare gli studi.

Il genitore condannato ricorre in Cassazione lamentando in primo luogo l’omesso esame dei giudici di merito circa la condotta della moglie che, a suo dire, aveva trascurato le problematiche comportamentali della figlia; in secondo luogo l’omesso esame in relazione alla circostanza che la figlia non aveva mai manifestato la volontà di voler proseguire gli studi né tantomeno aveva  richiesto al padre il necessario sostegno economico; in terzo luogo la mancanza di specificità circa i criteri seguiti per la liquidazione del danno patrimoniale.

Quanto al primo motivo di gravame, la Suprema Corte ribadisce come la responsabilità e gli obblighi derivanti dal rapporto di filiazione incombano su entrambi i genitori e non certo, solo, sul genitore convivente o su quello maggiormente presente. In particolare, evidenzia la Corte, “se gli obblighi di mantenimento, istruzione, educazione ed assistenza gravano addirittura sul genitore naturale che non abbia riconosciuto il figlio, a maggior ragione essi graveranno su quello che sia semplicemente rimasto assente, che si sia cioè sottratto all’adempimento dei suddetti obblighi senza alcuna ragione, quest’ultimo risponderà quindi integralmente delle conseguenze del suo inadempimento”.

Quanto al secondo punto, la Corte spiega come il campo d’indagine dei giudici di merito si sia esteso sino a cogliere il disagio morale e materiale che l’assenza ha comportato, disagio che ha portato all’interruzione anticipata degli studi e alla mancata realizzazione professionale.

Quanto al terzo motivo di gravame, la Corte osserva come la liquidazione dei pregiudizi da perdita di chance non possa che avvenire attraverso il criterio equitativo di cui all’art. 1226 c.c., mancando la possibilità di dimostrarne la precisa entità.

Sulla scorta di tale iter argomentativo la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del padre, condannandolo, in via definitiva, a versare alla figlia quasi sessantasette mila euro.

Cass., Sez. III Civ., 27 maggio 2019, ordinanza n. 14382

Lilia Cocchiaro

Federica Vitucci – f.vitucci@lascalaw.com

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