Anche la società scissa fallisce

Fallimento di una società scissa. Dove, quando e perché di un dibattito che ha infiammato dottrina e giurisprudenza.

Il tema della fallibilità di una società cancellata dal registro delle imprese a seguito di una scissione totale è assai dibattuto.

Taluni ritengono che la società disgregata mantenga la propria responsabilità patrimoniale e che, pertanto, sia assoggettabile alle procedure concorsuali entro i limiti temporali indicati dalla Legge.

Altri, invece, denotano nell’operazione societaria un effetto estintivo, tale per cui la responsabilità permane soltanto in capo alle imprese beneficiarie.

In breve, il caso che oggi ci occupa.

Una società scissa il cui patrimonio è assegnato a due newco è stata dichiarata fallita.

La sentenza dichiarativa di fallimento ha trovato conferma anche nel giudizio di appello.

La questione giunge, dunque, sino al vaglio di legittimità su ricorso degli ex amministratori.

Lo diciamo subito: la Cassazione è d’accordo con i Giudici di merito.

La Suprema Corte suggerisce, infatti, come sia necessario porre attenzione all’eventuale superamento dei requisiti di fallibilità – soggettivi e oggettivi – da parte della società disgregata al momento della scissione.

In caso affermativo, impedire il fallimento dell’impresa darebbe corso ad una situazione, di per sé, paradossale e cioè acconsentire che la riorganizzazione societaria possa realizzare una causa di sottrazione dalle procedure concorsuali.

Ma ancora più inammissibili sarebbero gli effetti sul piano della responsabilità patrimoniale.

Se è pur vero, infatti, che le imprese beneficiarie restano responsabili anche dei debiti della scissa, tale responsabilità ha natura limitata, atteso quanto prescritto dall’articolo 2506bis c.c., secondo il quale le nuove società rispondono delle obbligazioni anteriori all’operazione, proporzionalmente alla quota del patrimonio netto assegnato a ciascuna.

È questa l’effettiva utilità pratica del fallimento della scissa (invece negata dai ricorrenti): in caso contrario si verificherebbe la circostanza in cui per alcuni debiti nessuno più debba rispondere illimitatamente.

E non può nemmeno portare a negare il fallimento della scissa il fatto che nessuno si sia opposto all’operazione societaria. Ciò in quanto “lo strumento dell’opposizione dei creditori alla scissione è rimedio non “sostitutivo e necessario”, ma solo “aggiuntivo”. Manca d’altronde una disposizione ad hoc, che pure sarebbe necessaria in un sistema in cui la procedura fallimentare non è rimessa alla disponibilità dei creditori”.

La Cassazione è, dunque, tombale: la scissa fallisce.

Naturalmente bisognerà sempre guardare il termine di un anno dalla cancellazione della stessa dal registro delle imprese, così come suggerisce l’articolo 10 l.f. e come confermato dalla ancora più recente sentenza C. Cass. n. 23824 del 07.07.2020.

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Infografica - LOFORESE - 12.11

Cass., Sez. I, 21 febbraio 2020, n. 4737

Sacha Loforese – s.loforese@lascalaw.com

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