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Non possibile la trasformazione di una società di capitali in liquidazione in trust liquidatorio

Il Tribunale di Roma nella sentenza in esame è intervenuto su questo tema, sostenendo che le ipotesi di trasformazione eterogenea previste e disciplinate dal legislatore costituiscono un numero chiuso e per tale ragione non può ritenersi ammissibile la trasformazione di una società di capitali in liquidazione in trust liquidatorio.

A tal proposito, si deve in primo luogo ricordare che è controverso in dottrina se le ipotesi di trasformazione eterogenea previste e disciplinate dagli artt. 2500 septies e 2500 octies c.c. costituiscano un numero chiuso con conseguente inammissibilità di trasformazioni in (o da) soggetti diversi da quelli espressamente previsti dalle menzionate norme ovvero se, al contrario, il “catalogo” contenuto nel codice costituisca un sistema aperto, sia pure entro certi limiti.

Un primo orientamento considera attuabile la trasformazione oltre i casi espressamente previsti dalla legge: tuttavia, le argomentazioni poste a fondamento di tale ipotesi non risultano convincenti.

Infatti, deve essere preso in considerazione in primo luogo il dato letterale della norma: il legislatore ha previsto che sia l’art. 2500 septies c.c. che l’art. 2500 octies c.c. si articolino in una elencazione di casi ben definiti e tra di loro non esattamente speculari.

Già tale scelta normativa induce a ritenere che il legislatore abbia voluto escludere, al di fuori dai casi espressamente regolamentati, che si possa procedere ad ulteriori trasformazioni.

Inoltre nelle trasformazioni eterogenee non si ha un mero mutamento della struttura organizzativa di un ente, ma l’adozione di una modificazione della stessa causa associativa e del relativo scopo dell’ente.

L’eccezionalità dell’operazione è indicativa della volontà del legislatore di limitare la possibilità della trasformazione eterogenea alle sole ipotesi tipiche e ritenute meritevoli di tutela, in un ponderato bilanciamento tra la tutela dell’impresa commerciale e dei soggetti che potrebbero astrattamente subire un pregiudizio.

Alla luce di quanto appena affermato, il Tribunale di Roma ha quindi aderito all’orientamento che ritiene un numero chiuso le ipotesi di trasformazione eterogenea previste e disciplinate dal legislatore.

Per altro verso, occorre ricordare che nel trust manca perfino la soggettività giuridica: come noto, tale istituto non è un ente dotato di personalità giuridica, ma un insieme di beni e rapporti destinati ad un fine determinato e formalmente intestati al trustee, che è l’unico soggetto di riferimento nei rapporti con i terzi non quale legale rappresentante, ma come colui che dispone del diritto.

Il trust è caratterizzato dal fatto che i beni ivi conferiti costituiscono una massa distinta e non sono parte del patrimonio del trustee, venendo essi intestati al trustee o ad un altro soggetto per conto del trustee, che ha il potere e l’obbligo (di cui deve rendere conto) di amministrare, gestire o disporre degli stessi in conformità alle disposizioni del trust e secondo le norme imposte dalla legge al trustee medesimo.

Nel trust la destinazione allo scopo, per quanto accompagnata da uno spostamento patrimoniale dal disponente al trustee, non determina una attribuzione ad alcun ente.

E’ doveroso ricordare che tra i presupposti delineati ex lege della cancellazione dal registro delle imprese va tuttora annoverato lo svolgimento della fase liquidatoria disegnata dal codice civile, nel cui sistema, in particolare per le società di capitali, la cancellazione dell’ente (e la connessa estinzione) non consegue immediatamente al verificarsi di una causa di scioglimento, ma è il risultato di una fattispecie a formazione progressiva.

Pertanto, si è correttamente affermato che, in caso di conferimento in un trust dell’intero patrimonio della disciolta società, con contestuale cancellazione della stessa, può essere disposta la cancellazione d’ufficio della avvenuta cancellazione, poiché si tratta di iscrizione eseguita in difetto dei presupposti di legge.

Secondo il Tribunale di Roma, appare infatti del tutto evidente come il conferimento dei beni in trust liquidatorio leda i diritti dei creditori, che non hanno modo di controllare lo svolgimento della fase di liquidazione, né di partecipare alla gestione della crisi di impresa, come avverrebbe invece nell’ambito di una procedura concorsuale.

Ciò vale, in particolar modo, per quelle ipotesi in cui all’operazione (trasformazione in trust o attribuzione al trust e contestuale cancellazione dal registro) non residui più un “ente” societario.

In tal modo, la liquidazione della società sarebbe soltanto apparente e, comunque, inammissibilmente contraria al tipo legale, divenendo la trasformazione in trust il mezzo per eludere la disciplina della liquidazione.

Alla luce di tutto quanto sopra, l’operazione di trasformazione eseguita dalla società da S.r.l. in liquidazione a trust liquidatorio non può essere riconosciuta dall’ordinamento.

Tribunale di Roma, 20 luglio 2017

Edoardo Fracasso – e.fracasso@lascalaw.com

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