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Amministratori di società e scritture contabili

Cass., 6 maggio 2015, n. 9100 (leggi la sentenza)

Cass., 7 maggio 2015, n. 9193 (leggi la sentenza)

La Corte di Cassazione è recentemente tornata con due importanti sentenze, la n. 9100 del 6 maggio 2015 (resa, peraltro, a Sezioni Unite) e la n. 9193 del 7 maggio 2015, sul tema della regolare tenuta delle scritture contabili aziendali da parte degli amministratori di società, fornendo importanti spunti sull’atteggiarsi di tale dovere nel concreto contesto operativo aziendale.

Il primo aspetto affrontato è quello della liquidazione del danno nell’ambito delle azioni di responsabilità. Secondo un risalente orientamento giurisprudenziale, per l’ipotesi di mancanza delle scritture contabili, il danno risarcibile dall’amministratore era individuabile, sic et simpliciter, nella differenza tra attivo e passivo accertati. Con le pronuncia in esame, invece, la Suprema Corte sancisce che tale criterio di liquidazione (mera differenza tra attivo e passivo), avendo natura sanzionatoria, non è ammissibile nel nostro ordinamento. Conseguentemente, nell’azione di responsabilità promossa nei confronti dell’amministratore di società, l’individuazione e la liquidazione del danno risarcibile deve essere operata avendo riguardo agli specifici inadempimenti dell’amministratore, in modo che si possa verificare l’esistenza di un rapporto di causalità tra gli inadempimenti contestati ed il danno di cui si pretende il risarcimento. La conseguenza del ragionamento fatto dagli ermellini è che laddove non vi sia danno, non vi è responsabilità. Ma non solo. La Corte di Cassazione specifica anche che gli amministratori devono attivarsi prontamente per sanare le eventuali irregolarità riscontrate nelle scritture contabili senza potere confidare acriticamente nell’operato di terzi – anche nel caso in cui gli adempimenti demandati a tali soggetti trovino giustificazione nel possesso di particolari competenze tecniche – sulle cui attività sono anzi tenuti a vigilare in ossequio al noto criterio dell’ordinaria diligenza che, in questo caso, funge da vera e propria salvaguardia per gli amministratori stessi.

Il combinato dei due provvedimenti, quindi, consente di tratteggiare il concreto atteggiarsi del dovere di regolare tenuta delle scritture contabili nell’ambito della realtà azienda. Riassumendo:

(i)                  si conferma il ruolo primario dell’amministratore rispetto alla tenuta della contabilità aziendale, sul presupposto che questo, in quanto soggetto apicale, abbia la disponibilità di tutti gli elementi necessari per la formazione della contabilità e sia dunque in grado di riscontrare eventuali irregolarità;

(ii)                si evidenzia che l’obbligo di corretta tenuta delle scritture contabili non viene meno, come non vengono meno le relative responsabilità in caso di riscontrate irregolarità, per il caso in cui l’attività in questione venga demandata a terzi;

(iii)               si afferma che il dovere in esame si estende anche all’operato degli amministratori precedentemente in carica. L’amministratore pertanto, all’atto del suo insediamento, sarà tenuto a verificare che la gestione svolta dai precedenti amministratori sia stata rispettosa dell’obbligo di corretta tenuta delle scritture contabili;

Da quanto evidenziato si ricava la volontà dei giudici della Suprema Corte di rimarcare da un lato il dovere di regolare tenuta delle scritture contabili in capo all’organo amministrativo e, dall’altro lato, nella consapevolezza delle diverse realtà aziendali e delle concrete fattispecie che di volta in volta possono venire in rilievo, di mitigare tale dovere con i requisiti dell’esistenza dello specifico danno e del rispetto del criterio di ordinaria diligenza richiesto.

15 luglio 2015

Franco Pizzabiocca – f.pizzabiocca@lascalaw.com

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