I derivati di copertura secondo la Corte d’Appello di Milano

All’ACF con le idee chiare

L’accesso alla tutela resa dall’Arbitro per le Controversie Finanziare soggiace sempre e comunque ad una necessità allegativa e probatoria chiara per l’investitore, a pena di inammissibilità, ex art. 12, comma 2, lett. a), del Regolamento ACF n. 19602/2016.

Nella larghe considerazioni che spesso l’arbitro svolge nelle proprie valutazioni fattuali e giuridiche delle vicende poste alla propria attenzione, senza una vera e propria attività istruttoria che – necessariamente – ne impedisce una visione completa dagli elementi probatori, non vi rientra sicuramente la possibilità d’ufficio di esaminare questioni a  favore dell’investitore.

In questo senso, diverse recenti pronunce, hanno avuto modo di sottolineare la necessità che in termini chiari siano esposte le vicende, al fine di consentirne l’esame al Collegio: insomma se il ricorso “non cont[iene] la determinazione della cosa oggetto della domanda e l’esposizione dei fatti costituenti le ragioni della domanda stessa”, l’arbitro non può valutare il ricorso e nemmeno può rifarsi al “fatto notorio” che il ricorrente pretende di applicare (“Nel caso di specie, il ricorrente non ha esposto in modo sufficientemente circostanziato i fatti costituenti le ragioni della domanda, essendosi limitato a riportare che costituirebbe fatto notorio la circostanza che la Vecchia Banca abbia violato la normativa di settore “nella vendita dei titoli azionari violava la normativa del Tuf e del regolamento Consob attuativo della direttiva Mifid”, senza tuttavia avere cura di circostanziare e specificare i fatti occorsi, né gli obblighi asseritamente violati per come imputati a controparte”) (così ACF Decisione n. 1306 dell’8 gennaio 2019).

La ragione ovvia alla base della decisione è nella necessità che al Giudicante siano offerti tutti gli elementi per assumere una decisione, previa garanzia del contradditorio con l’intermediario finanziario: “in presenza di analoghe fattispecie, questo Collegio (v. decisione n. 143 del 14 dicembre 2017; decisione n. 42 del 18 settembre 2017; decisione n. 110 del 16 novembre 2017; decisione n. 1306 dell’8 gennaio 2019) ha già avuto, d’altronde, occasione di rilevare che il principio dell’inversione dell’onere probatorio (ovvero di cd. “vicinanza alla prova”) non esonera il Ricorrente dall’onere di “allegare in modo circostanziato la specifica violazione ascritta all’intermediario in relazione a specifici comportamenti posti in essere e provare che da ciò ne sia derivato un danno meritevole di tutela”, diversamente dal che non possono che ritenersi non “sussistenti i presupposti per l’accoglimento del ricorso, essendo esso privo dei necessari elementi di supporto documentali, che possano consentire di ritenere comprovata l’effettività degli investimenti di cui il Ricorrente si duole, come anche la sussistenza del danno occorso, il che rappresenta specifico onere di chi formula domanda risarcitoria dinanzi a questo Collegio” (v., in tal senso, anche decisione n. 217 del 24 gennaio 2018; decisione n. 143 del 14 dicembre 2017). Pertanto, con riguardo al caso di specie, stanti le testè rappresentate carenze documentali e probatorie, questo Collegio si trova nell’impossibilità di poter verificare la fondatezza delle doglianze di parte attorea, che rimangono solo apoditticamente affermate, come anche il danno lamentato” (ACF Decisione n. 1409 del 19 febbraio 2019).

Allegazione dei fatti, in termini specifici, nonché dimostrazione del danno subito sono i vizi che si riscontrano maggiormente nei ricorsi dichiarati inammissibili.

Paolo Francesco Bruno – p.bruno@lascalaw.com

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