Vado a stare da papà

Alienazione parentale e risarcimento del danno

Con il decreto n. 549/2019, Il Tribunale di Catanzaro ha condannato la madre al risarcimento del danno subito dall’ex marito a causa del pregiudizio da questa arrecato alla relazione affettiva tra quest’ultimo e il figlio.

Il Tribunale di Catanzaro, con il recente decreto 549/2019, ha avuto modo di esprimersi sulla controversa sindrome di alienazione parentale, generalmente definita come un disturbo che insorge nei figli di quasi esclusivamente nel contesto delle controversie per la loro custodia, nel corso delle quali un genitore (alienatore) attiva un programma di denigrazione contro l’altro genitore (alienato), coinvolgendo attivamente il figlio nella campagna di odio nei confronti dell’ex partner.

Nello specifico, il caso sottoposto all’attenzione del Tribunale richiedeva di valutare la condotta tenuta da M., madre collocataria prevalente del figlio minore, la quale veniva accusata da P., padre del bimbo ed ex marito della stessa M., di aver condizionato il figlio a tal punto da manifestare un grado di ostilità nei confronti del padre e dei familiari dello stesso sproporzionato rispetto all’età e allo sviluppo psichico del minore. Nell’interpretazione fornita da P., l’atteggiamento tenuto dal figlio nei suoi confronti altro non costituiva che una proiezione dei sentimenti di avversione nutriti dalla madre nei confronti dell’ex coniuge, della suocera e della cognata.

M., nel tentativo di difendere la propria decisione di impedire al figlio di vedere il padre, accusava quest’ultimo di abusi di natura sessuale e di maltrattamenti nei confronti del bimbo.

Tuttavia, tale circostanza veniva fermamente smentita dalla Procura di Catanzaro, la quale, all’esito di perizia medico-legale sul bambino e ad intercettazioni ambientali audio-video all’interno dell’abitazione del padre, confermava l’assenza di qualsivoglia condotta “abusante, maltrattante o anomala in danno del bambino”.

Il Tribunale di Catanzaro, nel tentativo di risolvere la questione senza sbilanciarsi eccessivamente in valutazioni circa la validità scientifica della sindrome da alienazione parentale, rilevava che, qualora il genitore non affidatario o collocatario, per conseguire la modifica delle modalità di affidamento del figlio minore, denunci l’allontanamento morale e materiale di quest’ultimo, attribuendolo a condotte dell’altro genitore, a suo dire espressive di una Pas (sindrome di alienazione parentale), il giudice di merito, prescindendo dalla validità o invalidità teorica di detta patologia, è tenuto ad accertare, in concreto, la sussistenza di tali condotte, alla stregua dei mezzi di prova propri della materia, quali l’ascolto del minore, nonché le presunzioni (ad esempio desumendo elementi anche dalla eventuale presenza di un legame simbiotico e patologico tra il figlio ed il genitore collocatario), motivando quindi adeguatamente sulla richiesta di modifica, tenendo conto che, a tale fine, e a tutela del diritto del minore alla bigenitorialità ed alla crescita equilibrata e serena, tra i requisiti di idoneità genitoriale rileva anche la capacità di preservare la continuità delle relazioni parentali del figlio con l’altro genitore, al di là di egoistiche considerazioni di rivalsa su quest’ultimo (cfr. Cass. 6919/16).

La Corte rilevava quindi come il clima di tensione generato o, quanto meno, acuito dalle denunce penali ad iniziativa della madre, non avesse certamente favorito la creazione di un canale di comunicazione tra i due genitori, tanto più ove si consideri che la madre sostanzialmente ne attribuiva la responsabilità a deplorevoli condotte del coniuge, e che quest’ultima ha rivelato gravi carenze genitoriali, rendendosi responsabile del reiterato, ingiustificato, inadempimento alle disposizioni della sentenza di separazione concernenti le frequentazioni del figlio con il padre.

Inoltre, nemmeno il padre appariva idoneo a garantire la crescita sana ed equilibrata del figlio, in quanto assente dalla vita dello stesso per un tempo eccessivamente prolungato.

Pertanto, le illustrate carenze di entrambi i genitori e l’incapacità manifestata dagli stessi di gestire il conflitto personale con modalità idonee a preservare l’equilibrio psichico del figlio non hanno consentito di confermare il regime di affido condiviso, che, peraltro, non ha di fatto mai trovato concreta attuazione, profilando, dunque, la necessità di affidare il bimbo a terzi.

Tuttavia, il Tribunale accoglieva le ulteriori richieste del padre di diffidare l’ex moglie dal tenere condotte ostative agli incontri padre-figlio, condannando la stessa al risarcimento dei danni subiti dal coniuge e dal figlio, per aver gravemente e irrimediabilmente pregiudicato la relazione affettiva tra i due.

Valentina Zamberlan – v.zamberlan@lascalaw.com

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