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Al contadino non dire… come usucapire

Contrariamente a quello che si potrebbe in un primo momento pensare, la coltivazione di un terreno non è da sola sufficiente ai fini dell’acquisto della proprietà per usucapione di un fondo destinato ad uso agricolo.

Ciò perché tale attività potrebbe dipendere dalla mera tolleranza del proprietario, inoltre non è idonea a realizzare l’esclusione dei terzi dal godimento del bene che costituisce l’espressione tipica del diritto di proprietà.

Nel lontano 2003 le attrici agivano in giudizio contro il proprietario di un fondo vicino, invocando l’accertamento dell’intervenuta usucapione, in loro favore, della piena proprietà del fondo.

Il Tribunale di Busto Arsizio rigettava la domanda, ritenendo insufficiente, ai fini della prova del possesso ad usucapionem, la mera coltivazione dello stesso.

La Corte di Appello di Milano riformava la decisione di prime cure accogliendo la domanda di usucapione; il convenuto non si arrendeva e proponeva ricorso in cassazione.

La Suprema Corte, con l’ordinanza n. 1796/2022, gli dà ragione.

Infatti, il Collegio ha confermato il principio di diritto in base al quale “in relazione alla domanda di accertamento dell’intervenuta usucapione della proprietà di un fondo destinato ad uso agricolo, non è sufficiente, ai fini della prova del possesso “uti dominus” del bene, la sua mera coltivazione, poiché tale attività è pienamente compatibile con una relazione materiale fondata su un titolo convenzionale, o sulla mera tolleranza del proprietario, e non esprime comunque un’attività idonea a realizzare l’esclusione dei terzi dal godimento del bene, che costituisce l’espressione tipica del diritto di proprietà. (…) La prova dell’intervenuta recinzione del fondo costituisce, in concreto, la più rilevante dimostrazione dell’intenzione del possessore di esercitare, sul bene immobile, una relazione materiale configurabile in termini di ius excludendi alios, e dunque di possederlo come proprietario, escludendo i terzi da qualsiasi relazione di godimento con il cespite predetto”.

La coltivazione deve quindi essere accompagnata da univoci indizi, i quali consentano di presumere che essa è svolta uti dominus.

L’interversione nel possesso non può avere luogo mediante un semplice atto di volizione interna, ma deve estrinsecarsi in una manifestazione esteriore, dalla quale sia possibile desumere che il detentore abbia iniziato ad esercitare il potere di fatto sulla cosa esclusivamente in nome proprio e non più in nome altrui, e detta manifestazione deve essere rivolta specificamente contro il possessore, in maniera che questi sia posto in grado di rendersi conto dell’avvenuto mutamento e della concreta opposizione al suo possesso.

Cass., Sez. II, Ord., 20 gennaio 2022, n. 1796

Valeria Bano – v.bano@lascalaw.com

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