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Affidamento condiviso e principio di bigenitorialità

Il principio di bigenitorialità trova applicazione pratica nella determinazione delle regole dell’affidamento condiviso del minore: il Giudice non può attribuire un ruolo maggiore nella vita del figlio ad uno solo dei genitori in assenza di ragioni oggettive.

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 9764, torna sul tema dell’affidamento condiviso e sull’importanza che in tale ambito riveste il cosiddetto principio di bigenitorialità, in forza del quale il superiore interesse del minore viene tutelato dalla presenza comune dei genitori nella propria vita. Tale garanzia è infatti la sola idonea a garantire al figlio in affidamento condiviso una stabile consuetudine di vita e salde relazioni affettive con entrambi i genitori, legati tra loro dal dovere di cooperare nell’assistenza, educazione ed istruzione della prole.

Nel caso esaminato dalla Suprema Corte, un padre, cui era stato concesso dal Tribunale di visitare e tenere con sé la figlia di tenera età solo a fine settimana alterni, lamentava la palese violazione del principio di bigenitorialità nella regolamentazione dell’affidamento condiviso, data la notevole differenza rispetto al trattamento riservato alla madre, genitore collocatario quasi a tempo pieno. Il Giudice di legittimità, nell’analizzare la questione giuridica sottesa al caso di specie, ha dapprima ricordato come l’autorità giudiziaria possa adottare provvedimenti contenitivi o restrittivi di diritti individuali di libertà dei genitori, data la loro natura di diritti “recessivi” rispetto all’interesse preminente del minore.

Tuttavia, la Suprema Corte ha successivamente rimarcato il rilievo che in materia assume la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) la quale, a presidio di una serena vita familiare, impone un rigoroso controllo sulle restrizioni supplementari in materia di diritto di affidamento, tali intendendo quelle apportate dalle autorità al diritto di visita dei genitori. Tali restrizioni supplementari comportano, invero, il rischio di troncare le relazioni familiari tra un figlio in tenera età e uno dei genitori o entrambi, pregiudicando il preminente interesse del minore.

La Corte di Strasburgo chiama quindi le autorità nazionali ad adottare tutte le misure ragionevolmente utili per mantenere i legami tra il genitore e i suoi figli, nella premessa che “per un genitore e suo figlio, stare insieme costituisce un elemento fondamentale della vita famigliare e che delle misure interne che lo impediscano costituiscono una ingerenza nel diritto protetto dall’art. 8 della Convenzione”, con l’ulteriore precisazione che gli obblighi positivi da adottarsi dalle autorità degli Stati nazionali, per garantire effettività della vita privata o familiare, non possono limitarsi al controllo che il bambino possa incontrare il proprio genitore o avere contatti con lui, ma includono l’insieme delle misure preparatorie che, non automatiche e stereotipate, permettono di raggiungere questo risultato con rapidità. La Corte europea ha infatti più volte rimarcato come il trascorrere del tempo possa avere delle conseguenze irrimediabili sulle relazioni tra il fanciullo e il genitore non convivente e come, di conseguenza, i giudici interni siano chiamati ad adottare provvedimenti idonei a neutralizzare tale pericolo.

Sulla base di tali considerazioni, la Corte di Cassazione ha ritenuto insufficiente la motivazione fornita dalla Corte d’appello di Messina, rea di aver acriticamente sposato la sentenza di primo grado e aver perpetrato una grave lesione del diritto del minore alla bigenitorialità.
Il Giudice dell’impugnazione non aveva infatti evidenziato le ragioni di indegnità o di incapacità del padre di prendersi cura della figlia, mancando nel contempo di apprezzare, avuto riguardo alla posizione del genitore collocatario, che tra i requisiti di idoneità genitoriale rileva anche la capacità di preservare la continuità delle relazioni parentali con l’altro genitore a tutela del diritto del figlio alla bigenitorialità e alla crescita equilibrata e sana.

Per tali ragioni, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso presentato dal padre, rinviando la causa avanti alla Corte d’appello di Messina per l’adozione degli opportuni provvedimenti.

Cass., Sez. I Civ., 08 aprile 2019, ordinanza n. 9764

Valentina Zamberlan – v.zamberlan@lascalaw.com

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