Costruzione di nuovi edifici: la relazione energetica non vincola l’appaltatore

Ad ogni vizio la sua rinnovazione

Il giudice può sempre ordinare la rinnovazione di un atto processuale, anche più volte nell’ambito dello stesso giudizio e riguardo al medesimo atto, purché la prima rinnovazione sia stata regolarmente ottemperata dalla parte e la successiva disposta riguardi vizi diversi da quelli già rilevati e sanati.

E’ questa l’importante conclusione alla quale è giunta la Corte di Cassazione, ribadendo i principi per la concessione dell’ordine di rinnovazione di un atto, nonché per la sua corretta esecuzione.

L’art. 164 c.p.c., infatti, prevede la sanzione della nullità dell’atto di citazione, solo nel caso in cui sia stato omesso o risulti assolutamente incerto uno dei requisiti di cui ai numeri 1 e 2 dell’art. 163, relativi a data dell’udienza di comparizione, assegnazione di un termine a comparire inferiore a quello legale e omesso avvertimento di cui al n. 7.

Qualora il convenuto non si costituisca in giudizio, prosegue il secondo comma, il giudice deve disporre la rinnovazione d’ufficio.

Se la rinnovazione non viene eseguita, ovvero viene eseguita oltre il termine perentorio concesso, solo allora, il giudice deve disporre la cancellazione della causa dal ruolo ed il processo è destinato ad estinguersi ai sensi dell’art. 307 c.p.c.

Nel caso di specie, in occasione della prima rinnovazione solo il primo vizio era stato rilevato e questi era stato correttamente sanato in ottemperanza all’ordine concesso.

A nulla rileva il fatto che, già in tale occasione, l’atto fosse affetto anche dal secondo vizio, poiché esso non era stato rilevato in occasione del primo ordine di rinnovazione.

Pertanto, è corretto concedere una seconda rinnovazione dell’atto, in presenza di un “nuovo” vizio. Nessuna norma, d’altronde, impedisce di rilevare nuovi vizi, a seguito di una rinnovazione dell’atto di citazione già eseguita, con conseguente ulteriore ordine di rinnovazione.

L’esame del caso specifico, sottoposto al vaglio della Corte, consente un’immediata comprensione della questione.

Il Tribunale di Torino, in sede di prima udienza di comparizione, rilevava la nullità dell’atto di citazione per un vizio della vocatio in ius (in particolare, era stato assegnato al convenuto un termine a comparire inferiore a quello legale), ordinando la rinnovazione entro un termine perentorio, con assegnazione del termine di cui all’art. 163-bis c.p.c.

L’attore provvedeva in modo tempestivo a sanare tale vizio, tuttavia, in occasione della successiva udienza, veniva rilevata la nullità dell’atto di citazione per un altro vizio (questa volta, era stato omesso l’avvertimento circa le decadenze di cui all’art. 38 c.p.c.), così il giudice ordinava nuovamente la rinnovazione per consentire di sanare anche tale secondo vizio.

I ricorrenti eccepivano alla Corte che non fosse possibile concedere due volte la rinnovazione di uno stesso atto, poiché vi sarebbe stata una “consumazione” o un “esaurimento” del rimedio previsto dell’art. 164, comma 2, c.p.c., anche in relazione al rispetto del termine perentorio, che non fu oggetto di proroga o rinnovazione.

La Cassazione, in coerenza con quanto già disposto dal Tribunale, ha però rigettato il riscorso per i motivi sopra esposti, inoltre, specificando che all’attore furono assegnati due distinti termini per ciascuno dei vizi rilevati, funzionali alle rispettive sanatorie, a prescindere da qualunque rapporto di consequenzialità.

Cass., Sez. I, Ord., 21 febbraio 2020, n. 4719

Barbara Maltese  – b.maltese @lascalaw.com

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