Contratti Bancari

Accollo non liberatorio e ingiunzione di pagamento del debito di mutuo residuo

Trib. Monza,  Sez. III, 30 novembre 2012 (leggi la sentenza per esteso)

Il Tribunale di Monza Sez. III, con la sentenza del 30 Novembre 2012 ha preso posizione in tema di accollo non liberatorio, dichiarando che al debitore originario possa essere ingiunto di pagare il debito di mutuo residuo per la quota interessi conglobata nelle rate scadute e non pagate ma lo stesso, non è tuttavia tenuto a pagare la quota degli interessi, conglobata nelle rate a scadere.

Il caso, sempre più attuale, trae origine da una compravendita immobiliare tra un privato ed un’impresa costruttrice, che aveva, a suo tempo, contratto un mutuo fondiario, ancora sotto la vigenza del RDL n. 646/1905.

La parte acquirente interessata all’immobile si era accollata il mutuo pro quota e la Banca aveva aderito all’accollo, ma senza espressa liberazione del debitore originario. Nei confronti dell’acquirente incapace di provvedere al pagamento delle rate del mutuo, la Banca aveva in seguito instaurato procedura esecutiva, aggredendo il bene a tutela del proprio credito, ma, poiché solo parzialmente soddisfatta dal prezzo di aggiudicazione, visti i continui ribassi nel corso degli esperimenti di vendita esperiti, aveva agito per il residuo credito anche nei confronti dell’impresa costruttrice, che, però, si era opposta al precetto notificatole.

Le tre principali eccezioni sollevate nell’opposizione depositata riguardavano essenzialmente la carenza di legittimazione passiva, la prescrizione del diritto agli interessi ex art. 2948, comma 4, c.c. e l’eccessivo ammontare dell’importo precettato.

E’ sufficiente rileggere l’art. 1273, commi 2 e 3, cod. civ., per rilevare la manifesta infondatezza della tesi edotta da controparte, poiché l’adesione del creditore importa la liberazione del debitore originario solo se ciò costituisce condizione espressa della stipulazione o se il creditore dichiara espressamente di liberarlo. Se non vi è liberazione del debitore, questi rimane obbligato in solido con il terzo.

Tale problematica pone l’accento sulla frequente superficialità di diversi costruttori che, dopo aver contratto il mutuo fondiario a SAL con la Banca per costruire, vendono i singoli appartamenti con accollo pro quota del mutuo, non preoccupandosi tuttavia del fatto che la Banca, nell’aderire all’accollo (rendendolo irrevocabile a proprio favore exart. 1273, comma 1, cit.), dichiari espressamente di liberarli da qualunque obbligazione per la quota di mutuo accollata. Il creditore fondiario se non completamente soddisfatto dalla vendita dell’immobile esecutato può, quindi, agire per la parte di credito non soddisfatta, sfruttando ogni piega del contratto di mutuo per rivalersi nei confronti di questi costruttori incauti.

Quanto alla successiva argomentazione, la giurisprudenza di legittimità interviene nell’escludere l’applicabilità del termine quinquennale di prescrizione, alle quote interessi conglobate nelle rate di mutuo scadute e non pagate.

In ipotesi di debito unico, rateizzato in più versamenti periodici, nel nostro caso mutuo fondiario, “la prescrizione quinquennale non si applica ai ratei di mutuo ed ai relativi interessi, non trattandosi di prestazioni periodiche dovute ad un’unica causa continuativa”. Cass. civ. Sez. III, 30.08.2002, n. 12707

Quanto all’ultima argomentazione il Tribunale ha aderito all’orientamento espresso dalla Corte di Cassazione a Sezioni Unite nel 2008, allorquando, dovendo affrontare la questione per un contratto stipulato sotto la vigenza del quadro normativo anteriore al TUB, aveva statuito, che si trattava di risoluzione del contratto di mutuo. Nel suddetto, essendo un contratto di durata, rispetto al quale la risoluzione opera per il futuro, determinando l’anticipata scadenza dell’obbligazione di rimborso del capitale, in caso di ritardo nel pagamento, resta ferma l’applicabilità degli interessi di mora al tasso convenuto ex art. 1224 c.c., ma: “va escluso il riconoscimento dei medesimi interessi su quella parte delle rate a scadere che comprende, oltre alla quota capitale, anche gli interessi corrispettivi, non potendo operare l’anatocismo legale previsto dal D.P.R. n. 7 del 1976, art. 14.4.” (Cass. civ. SS.UU. 19.05.2008, n. 12639).

Gli interessi portati dall’atto di precetto, ricalcolati presumibilmente in sede di opposizione a precetto mediante l’ausilio della consulenza tecnica, avevano ridotto la somma totale precettata. Nell’opposizione a precetto si è contestato il diritto del creditore a procedere ad esecuzione forzata, ed infatti, in ossequio a quanto asserisce la Cass. civ., Sez. III, Sent., 05.05.2009, n. 10295 – “Ogni contestazione che riguardi lo schema di calcolo degli interessi seguito dal creditore procedente e, quindi, il loro ammontare da quest’ultimo preteso nell’atto di precetto, in quanto investe circostanze che non trovano riscontro nelle statuizioni della sentenza costituente titolo esecutivo, deve essere conseguentemente fatta valere non già mediante i mezzi ordinari d’impugnazione della sentenza suddetta, bensì con il rimedio dell’opposizione all’esecuzione ai sensi dell’art. 615 c.p.c.”. Nel caso di specie, il Tribunale, investito dei poteri di cognizione ordinaria a seguito dell’opposizione, ha rideterminato la quantità del credito dovuta, riducendo il precetto nel limite di tale quantità.

(Antonio Peroni Ranchet – a.peroni@lascalaw.com)

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