La mediazione è obbligatoria anche per il fideiussore?

Frazionamento delle azioni esecutive e sanzioni a carico dell’avvocato

Con la sentenza n. 961/2017 le Sezioni Unite della Suprema Corte si sono occupate del caso di alcuni avvocati, nei confronti dei quali, nelle rispettive qualità di difensore e/o procuratore domiciliatario e/o sostituto in udienza, era stato avviato un procedimento disciplinare dal Consiglio dell’Ordine di appartenenza, all’esito del quale era stata applicata loro la sanzione disciplinare della sospensione.

Secondo il Consiglio dell’Ordine, gli avvocati, attivando diverse iniziative giudiziarie, avevano aggravato la posizione del debitore, senza che vi fossero effettive ragioni di tutela della parte assistita. Nello specifico le condotte contestate agli avvocati erano le seguenti:

  • – aver richiesto per conto dello stesso cliente molteplici ingiunzioni per ragioni creditorie analoghe tra loro e riferite a crediti maturati in un arco temporale ristretto;
  • – aver redatto e notificato separati atti di precetto per sorte capitale e onorari, dichiarandosi antistatario e aumentando così oggettivamente e in modo ingiustificato le spese legali complessive relative a ciascun titolo;
  • – aver proceduto per conto dello stesso cliente a plurimi atti di intervento per fatture autenticate emesse in un brevissimo arco di tempo ovvero per decreti ingiuntivi ottenuti contestualmente o in breve arco di tempo, ottenendo per ciascuno la liquidazione delle spese consequenziali;
  • – aver patrocinato le ragioni creditorie in sede esecutiva mantenendo e procrastinando l’ingiustificato frazionamento dei crediti.

A seguito di ricorso al CNF veniva ridotta la durata della sospensione. Gli avvocati avverso tale provvedimento proponevano ricorso in Cassazione. Le Sezioni Unite della Suprema Corte annullavano con rinvio la sentenza del CNF e quest’ultimo, quale giudice di rinvio, applicava le sanzioni della censura e della sospensione per tre mesi.

Avverso tale decisione i legali proponevano ricorso in Cassazione. La Suprema Corte con la sentenza in commento rigetta il ricorso proposto dagli avvocati in quanto ritiene che gli stessi abbiano commesso l’illecito deontologico di cui all’art. 49 il quale prevede che “l’Avvocato non deve aggravare con onerose o plurime iniziative giudiziali la situazione debitoria della controparte quando ciò non corrisponda ad effettive ragioni di tutela della parte assistita”, essendo stata provata la pluralità d’interventi da questi ultimi avviati, che in realtà avrebbero potuto essere compendiati per ciascun creditore in un unico atto e con un’unica liquidazione dei compensi.

 La predetta disposizione è presente anche nel nuovo codice deontologico all’art. 66, nel quale, al comma 2, si stabilisce che la violazione del predetto dovere comporta l’applicazione della sanzione della censura.

La Suprema Corte riprende, quindi, quanto affermato dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 23726 del 2007, ovvero che non è consentito al creditore frazionare la propria pretesa in plurime richieste giudiziali di adempimento, contestuali o scaglionate nel tempo, in virtù delle regole di correttezza, buona fede e giusto processo per “inderogabili doveri di solidarietà” che risultano violati quando il creditore aggravi ingiustificatamente la posizione del debitore ed eserciti l’azione in forme eccedenti o devianti rispetto alla tutela dell’interesse sostanziale, e conferma che anche il frazionamento delle azioni giudiziarie rappresenta una condotta abusiva, in quanto finalizzata a far aumentare gli oneri processuali della parte, per via della proliferazione non necessaria dei procedimenti.

Sara Severoni – s.severoni@lascalaw.com

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