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Vizi della chiamata in giudizio: come sanarli

Con la sentenza in commento, la Suprema Corte si è pronunciata sul tema, squisitamente processuale, della sanabilità dell’atto di appello affetto da vizi della vocatio in jus, allorquando ne viene rinnovata la notifica per rimediare ai difetti del precedete atto introduttivo, ma decade il termine di impugnazione ex art. 325 c.p.c.

In particolare, la vicenda processuale trae origine dalla sentenza con cui la Corte di Appello di Cagliari aveva dichiarato l’atto di appello inammissibile in quanto viziato per difetto della chiamata in giudizio del convenuto e degli elementi ex art. 163 comma 3 n. 7 giudicandolo, quindi, inesistente; In ragione di ciò, rilevava, che l’atto di citazione rinnovato entro il termine perentorio già precedentemente concesso ma decorso il termine per l’impugnazione ex art. 325 c.p.c., avesse perso ogni efficacia sanante.

Successivamente, la questione veniva sottoposta all’attenzione della Suprema Corte. Questa, preliminarmente chiarisce che l’atto di citazione, anche in grado di appello (in virtù del richiamo operato dall’art. 342, comma 1, cpc), deve contenere  l’avvertimento di cui all’art. 163, comma 3 n. 7 c.p.c. a garanzia della parte appellata, con la conseguenza che difettando tale requisito, il giudice ne deve dichiarare la nullità e ordinare la rinnovazione; dopodiché passa in rassegna le ipotesi in cui i detti vizi possono essere sanati nel rispetto del principio del contraddittorio e del raggiungimento dello scopo.

In particolare, in ordine a quest’ultimo punto, gli Ermellini rilevano che la nullità dell’atto introduttivo può essere sanata con efficacia ex tunc mediante la costituzione in giudizio del convenuto, fatti salvi i termini a comparire di cui all’art. 164, comma 3, c.p.c. (per cui il convenuto può chiedere la fissazione di una nuova udienza nel rispetto dei termini di legge), oppure, nel caso in cui il convenuto non si costituisca, mediante la rituale rinnovazione della citazione entro un termine perentorio fissato dal Giudice ex art. 164 comma 1, sempre nel rispetto dei termini a comparire.

Inoltre, individuano quale altra ipotesi di sanabilità, quella in cui l’attore decida spontaneamente di notificare un atto di citazione integrativo, rimediando alle deficienze del primo atto. Sul punto, precisa la Suprema Corte, “qualora l’attore abbia spontaneamente notificato un atto di citazione integrativo, rimediando con esso alle deficienze del primo, e l’abbia depositato in riferimento alla controversia anteriormente iscritta a ruolo sulla base della prima citazione, si deve ritenere verificata la sanatoria ex tunc della nullità relativa al primo atto di citazione su diretto impulso dell’attore; diversamente, nel caso in cui detto secondo atto sia oggetto di una seconda iscrizione a ruolo, deve escludersi qualsiasi suo rilievo con riguardo alla prima citazione, con la conseguenza che, in relazione ad essa, quando venga chiamata all’udienza ai sensi dell’art. 168-bis,  operano i meccanismi di sanatoria  ex art. 164, comma 2 e 3, c.p.c.”.

In ragione di tali argomentazioni, poiché nel caso di specie la rinnovazione dell’atto introduttivo veniva effettuato in relazione alla controversia già precedentemente iscritta a ruolo e quindi senza procedere ad nuova iscrizione, la Cassazione giudicava sanata la nullità del primo atto con efficacia ex tunc, ai sensi dell’art. 164, comma 2, c.p.c e conseguentemente dichiarava illegittima la pronuncia di inammissibilità della Corte d’Appello di Cagliari.

Cass., sez. VI, 20 giugno 2016, n. 12719 (leggi la sentenza)

Fabrizia D’Albaf.dalba@lascalaw.com

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