L’amministratore che incassa illecitamente assegni destinati alla società rischia la bancarotta

La Corte di Cassazione ha sancito che l’amministratore della società fallita, che acquisisca in modo illecito degli assegni destinati alle casse della società stessa, commette il reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale.

Nel caso oggi in esame, due amministratori di una società fallita sono stati ritenuti responsabili del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale in entrambi i gradi di giudizio di merito, per aver distratto importi derivanti da una serie di assegni destinati alla società fallita, causandone il depauperamento.

Il Tribunale prima, la Corte d’Appello poi, hanno disatteso la tesi difensiva dei due imputati, secondo cui i suddetti assegni sarebbero stati emessi in relazione ad operazioni inesistenti e, quindi, in assenza di un credito sottostante a favore della società.

Inoltre, gli amministratori hanno sostenuto che le somme relative agli assegni in questione non sarebbero mai entrate nel patrimonio della fallita, negando la sussistenza di una condotta distrattiva e proponendo, sulla base di tali motivi, ricorso per Cassazione.

I Giudici di legittimità hanno inizialmente osservato come in giurisprudenza si rinvengano precedenti apparentemente in linea con la tesi dei ricorrenti, essendosi affermato in passato che “in materia di bancarotta fraudolenta, nella nozione di beni appartenenti al fallito rientrano le cose oggetto del diritto di proprietà, dei diritti “immateriali”, i crediti, ma non quei beni che non siano mai entrati nel di lui patrimonio (…). Di conseguenza, non è condotta sanzionabile come bancarotta fraudolenta l’atto di disposizione di beni mai entrati nel patrimonio dell’imprenditore, perché a lui pervenuti attraverso un negozio giuridico affetto da anomalia genetica, non idoneo, quindi, al trasferimento della proprietà” (Cass. Sez. V, n. 5423, 13 gennaio 1997).

Secondo la sentenza in esame, tuttavia, il principio di diritto summenzionato deve essere letto in relazione all’effettivo ingresso del bene nel patrimonio societario, indipendentemente dalla sussistenza o meno di un valido rapporto negoziale quale presupposto dell’acquisizione della disponibilità del bene stesso.

La Suprema Corte, dunque, ha concluso che la circostanza stessa dell’esistenza dei titoli fa sorgere in capo ai legittimati (nel caso di specie, i due amministratori) sia l’obbligo di incassare le somme, che quello di versare tali somme in favore della società intestataria.

Pertanto, avendo gli imputati illecitamente incassato e poi destinato a terzi i titoli intestati alla società fallita, i ricorsi presentati non hanno potuto trovare accoglimento.

Cass., Sez. V, 16 febbraio 2016, n. 6336

Luciana Cipollal.cipolla@lascalaw.com

Fabrizio Manganiellof.manganiello@lascalaw.com

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