28° pillola: Crisi economica e Coronavirus. Quale la sorte del Codice della Crisi?

Cari Lettori,

approfitto dell’uscita del lunedì, il giorno fissato per la pubblicazione delle nostre Pillole, per fare alcune brevi considerazioni sulle previsioni inserite nel Decreto Cura Italia in tema di procedure concorsuali e alcune ipotesi sulla entrata in vigore del Codice della Crisi.

Il tema ormai noto è che il Decreto in questione ha previsto una sospensione a tutto campo dell’attività giudiziaria, prevedendo espressamente che il rinvio delle udienze e la sospensione dei termini degli atti giudiziali riguarda qualsiasi atto del procedimento e non solo del processo.

Come già si era detto per il Decreto Legge n. 11/2020, che aveva sospeso inizialmente i termini processuali e rinviato le udienze ad una data successiva al 22 marzo 2020, è ora più che mai confermato che la sospensiva si applica anche alle scadenze (e alle udienze) fissate a seguito della introduzione di una procedura di concordato preventivo (piena o in bianco) nonché alle scadenze (e alle udienze) fissate nell’ambito dell’omologazione di un accordo di ristrutturazione dei debiti.

In questo senso, già il 10 marzo, si era pronunciato il Tribunale di Forlì, nell’ambito di una procedura di concordato preventivo con riserva, disponendo la proroga del termine fissato per la presentazione della proposta definitiva, unitamente al piano concordatario e alla documentazione, in virtù del disposto di cui all’art. 1 D.L. n. 11/2020 (nel caso di specie si trattava di un’impresa che aveva depositato una domanda in bianco e che aveva avuto termine sino al 26 marzo per il deposito della documentazione prevista dalla legge fallimentare). In particolare l’art. 1 è stato oggetto di richiamo laddove prevede la sospensione dei termini per il compimento di qualsiasi atto dei procedimenti civili pendenti dal giorno dell’entrata in vigore e sino al 22 marzo e, ove il decorso del termine abbia inizio durante il periodo di sospensione, il differimento dell’inizio del termine alla fine del periodo medesimo.

Non solo, il Tribunale, dando atto della successiva adozione dei D.P.C.M. dell’8/03/2020 e del 9/03/2020 a tutela della salute pubblica e contro la diffusione del Coronavirus con i quali sono state introdotte importanti limitazioni alla circolazione delle persone con ogni evidente conseguenza anche sull’attività dei professionisti,  ha ritenuto opportuno «al fine di prevenire diversità di orientamenti interpretativi ed assicurare al contempo uniformità di trattamento, intervenire d’ufficio per chiarire che tra i procedimenti civili pendenti i cui termini restano sospesi devono essere fatti rientrare anche i procedimenti di concordato preventivo in cui è pendente il termine ex art. 161, comma 6, l. fall. con conseguente proroga di diritto dei termini già concessi per tale arco temporale di 14 giorni». Ora, in base al decreto Cura Italia, tale termine dovrebbe ritenersi ulteriormente ampliato da 14 a 38 giorni.

Analogo provvedimento è stato assunto dal Tribunale di Bergamo in data 11 marzo 2020.

Con riguardo alle procedure fallimentari abbiamo già pubblicato, all’interno della nostra Iusletter, un contributo nel quale abbiamo esaminato gli orientamenti dei Tribunali italiani che, per lo più, hanno dato indicazioni relative al  rinvio di tutte le udienze, con qualche eccezione per le udienze prefallimentari.

In generale, gran parte dei Tribunali hanno disposto la sospensione delle udienze ed il rinvio di quelle già fissate, con le eccezioni di alcuni tribunali che hanno disposto per lo svolgimento di tutte le udienze per la dichiarazione di fallimento in presenza di particolari ragioni di urgenza, che avrebbero dovuto essere segnalate e provate dai ricorrenti.

Dello stesso avviso pare, tuttora, il Tribunale di Piacenza che, con provvedimento del 19 marzo, nell’ambito di un procedimento per la dichiarazione di fallimento nel quale il creditore ricorrente è patrocinato dallo Studio La Scala e per il quale non abbiamo segnalato situazioni di particolare urgenza, ha confermato l’udienza del 23 marzo ritenendo che “sussistono, in considerazione della natura dei procedimenti fissati e della loro risalenza nel tempo, i presupposti per la dichiarazione di urgenza della trattazione di detti procedimenti ai sensi dell’art. 83 D.L. n. 18/2020, con conseguente conferma dello svolgimento di detta udienza, garantendo i locali del Tribunale i requisiti per il rispetto delle disposte prescrizioni igienico- sanitarie”.

Sul punto naturalmente non può che ritenersi lodevole l’impegno del magistrato ma, vista l’emergenza epidemiologica, vi è da chiedersi se effettivamente il Tribunale di Piacenza abbia tutti gli stringenti requisiti per il rispetto delle assai rigorose disposizioni dettate in materia sanitaria.

Forse un breve rinvio e lo svolgimento in forma telematica avrebbe consentito uno svolgimento dell’udienza con modalità più……prudenti.

Se questa è, a grandissime linee, la situazione da un punto di vista processuale, vale ora la pena spendere due parole su contenuti più sostanziali o, banalmente, su contenuti economici.

E’ chiaro che quanto sta accadendo in Italia e nel mondo imporrà un’integrale e approfondita revisione dei principi economici e patrimoniali di redazione dei piani industriali allegati alle domande concordatarie nonché una radicale modifica di quelli in corso, non fosse altro, con riguardo a questi ultimi, per l’utilizzo degli indici di controllo relativi alla loro attuazione.

Se, in grande misura, gli effetti di questi mesi porteranno ad una potenziale infattibilità dei piani sino ad oggi proposti ed al vaglio del Tribunale o dei creditori o, ancora, in fase di attuazione, non potranno neppure escludersi casi in cui soggetti che, negli ultimi anni, sono stati più di altri coinvolti da una situazione di crisi (si pensi per esempio alle farmacie o alle parafarmacie), escano da questa situazione proprio “grazie” (perdonatemi il termine) all’emergenza epidemiologica.

A questo punto è lecito chiedersi  quali potranno essere le sorti dei concordati preventivi per i quali (i) la procedura sia già stata dichiarata aperta ovvero (ii) per quei concordati che si trovino già in fase di esecuzione, post omologazione.

Dovrebbe in prima battuta ritenersi che, per i casi sub (i) il commissario giudiziale dovrebbe procedere alla richiesta del differimento dell’adunanza dei creditori, al fine di consentire all’imprenditore di procedere alla presentazione di un piano di concordato che possa tenere conto del mutato quadro economico generale e sottoporre così ai creditori una proposta più attinente all’effettiva situazione economica dell’azienda in crisi.

Nei casi sub (ii), in presenza di procedure di concordato preventivo già omologate, il commissario giudiziale nel corso delle relazioni informative periodiche, dovrà verificare le conseguenze della crisi economica sia sotto il profilo dei tempi di adempimento della proposta che sulle possibili variazioni delle percentuali di soddisfacimento del ceto creditorio al fine di appurarne gli effetti sul piano e riferire ai creditori con dettaglio in merito.

Quanto abbiamo detto sopra con riguardo ai piani in corso e alla situazione economica che caratterizzerà i prossimi mesi ha necessariamente impattato sull’entrata in vigore del Codice della Crisi.

Ricorderete  lo slittamento previsto dal decreto correttivo al Codice che, come  avevamo visto insieme, aveva differito al 15 febbraio 2021 l’operatività degli oneri di segnalazione gravanti sugli organi di controllo interno e sui revisori contabili per le imprese che negli ultimi due esercizi non avessero superato nessuno dei seguenti limiti:

– totale dell’attivo dello stato patrimoniale: 4 milioni di euro;

– ricavi delle vendite e delle prestazioni: 4 milioni di euro;

– dipendenti occupati in media durante l’esercizio: 20 unità.

Nelle scorse settimane il Consiglio dei Ministri aveva ipotizzato un possibile rinvio di un anno (rispetto all’entrata in vigore delle disposizioni del Codice della Crisi prevista il prossimo 15 agosto 2020) per l’allerta, con inclusione di ulteriori imprese rispetto a quelle attualmente coinvolte.

La via d’uscita sembrava quella di disporre un’ulteriore proroga del termine per gli obblighi di segnalazione che coinvolgesse non solo le imprese ubicate nelle zone (ancora limitate) più provate dall’emergenza sanitaria, ma anche ulteriori realtà di dimensioni comunque ridotte e in difficoltà rispetto a tali adempimenti.

Con il decreto legge n. 9 del 2 marzo 2020, e più precisamente con l’art. 11, l’operatività di tali obblighi è stata effettivamente rinviata al 15 febbraio 2021. Ciò non solo per le piccolissime imprese già interessate dal decreto correttivo che abbiamo visto sopra, ma anche per tutte le imprese già originariamente destinatarie della disciplina delle misure di allerta ai sensi del Codice della Crisi e ubicate su tutto il territorio nazionale, ormai divenuto tutto “zona rossa”, con esclusione delle grandi imprese e delle società quotate e di quegli altri soggetti già esclusi, appunto, dagli strumenti di allerta ai sensi dell’art.12 del Codice della Crisi.

Il rinvio interessa quindi una platea davvero ampia e generale di soggetti, per i quali si è inteso apprestare un ulteriore periodo cuscinetto, anche a beneficio anche degli enti deputati (OCRI) alla gestione, per affrontare situazioni di crisi, anche in considerazione degli effetti economici che seguiranno alla emergenza epidemica in corso.

Occorrerà attendere i prossimi mesi per verificare se, effettivamente, si tratterà dell’ultimo rinvio o solo di una tappa intermedia.

Certo, inutile dirlo, a questo slittamento non potrà che accompagnarsi una gigantesca azione generale di sostegno alle imprese.

A presto,

Luciana Cipolla

Luciana Cipolla – l.cipolla@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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